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venerdì 25 novembre 2016

Economist: l'Italia deve votare NO al referendum


La stampa internazionale sembra essere sempre più interessata al referendum italiano, tanto da esprimere con entusiasmo le proprie posizioni, siano esse a favore o contrarie. Se da un lato il Financial Times era schierato per un Sì tanto da arrivare a parlare, con il WSJ, di pericolo di uscita dell'Italia dall'Euro, dall'altro lato ecco arrivare l'Economist con un lungo editoriale a favore del No.

I motivi dell'Economist

Secondo la testata, infatti, il vero problema non è nella Costituzione, bensì nella più generica lentezza dell'Italia a fare le riforme necessarie, lentezza che l'Economist non esita interpretare come vera e propria riluttanza.

Non solo, ma la volontà di stabilizzare una politica alquanto ballerina, tanto da aver portato 65 governi al potere nel corso di poco più di 70 anni, rischia di sfociare nell'estremo opposto e cioè nell'irrigidimento pletorico della politica e soprattutto delle camere che rappresenterebbero l'equilibrio dei poteri.
Paradossalmente, fanno notare, proprio per combattere la minaccia populista, la riforma rischia, invece di rafforzarla visto che i precedenti storici hanno portato a qualcosa come Benito Mussolini. Le motivazioni starebbero tutte nella riforma: prima di tutto quella del Senato. I senatori non essendo più eletti sarebbero, secondo la volontà di Renzi, designati da collegi comunali e regionali, ovvero quelli che l'Economist definisce “gli strati più corrotti del governo”.

Il secondo punto sotto accusa sarebbe proprio il premio di maggioranza, grazie al quale, con alcuni espedienti, il partito vincitore controllerebbe con premi di maggioranza discutibili, il 54% dei seggi, il che darebbe potere immenso al primo ministro la cui permanenza al potere sarebbe certa per i prossimi 5 anni.
Cosa fare allora? Semplice: l'unica via d'uscita sono le dimissioni di Renzi favorendo invece la nascita di un governo tecnico che possa portare alla realizzazione delle riforme in questione. E per quanto riguarda la minaccia che graverebbe sull'Euro? L'interpretazione dell'Economist non lascia dubbi: se il referendum segnasse la fine della moneta unica allora significherebbe che quest'ultima era troppo fragile di suo.

La colpa non sarebbe perciò attribuibile alla consultazione politica del Belpaese, bensì alla struttura e alla deficienza intrinseca della moneta europea.

La view del FT

Quella dell'uscita dall'euro era una minaccia che prima di tutti aveva lanciato il Financial Times con un editoriale che parlava di un pericolo itlaiano che nasce non tanto dal referendum in sé ma da una nazione che dall'adozione dell'euro, 17 anni fa, ha registrato una performance negativa del del 5% proprio nel momento in cui, il paragone con le altre nazioni dell'Europa, evidenzia un aumento del 10% della produttività per Francia e Germania.

Nell'editoriale a firma di Wolfgang Münchau si evidenzia anche un altro lato della questione e cioè la difficoltà per il Vecchio Continente di creare una vera e propria unione bancaria, difficoltà le cui conseguenze sono state più forti per la Penisola italiana. 
E qui ci si ricollega alla tesi dell'Economist: l'Europa debole, ma soprattutto incapace di una vera unità, potrebbe essere tanto fragile da non reggere la lentezza (o la riluttanza, dipende dai punti di vista) di uno dei suoi componenti la cui economia, a sua volta, è aggravata da un debito pubblico superiore al 132% del Pil (dato che, per quanto inferiore a suo tempo era già noto e di per sé preoccupante) oltre che da una politica geneticamente litigiosa e opportunista, (dato anch'esso a suo tempo noto).
Tornando alle considerazioni dell'Economist, l'editoriale sottolinea come il referendum potrebbe essere la terza tessera di un domino distruttivo finora rappresentato dalla vittoria della Brexit prima e da quella di Donald Trump come presidente Usa, poi.

Votare sì alla riforma e quindi accettare il cambiamento del Senato e l'arrivo della nuova legge elettorale, non permetterà all'Italia di adottare quello che finora le è mancato: la reale volontà di cambiamento.  
Fonte: News Trend Online

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