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lunedì 28 novembre 2016

Economia Cuba, la morte di Fidel Castro avrà conseguenze?

Economia cubana, cosa accade dopo morte Fidel Castro?
“Hasta la Revolucion siempre”. Con questo storico motto, il presidente Raul Castro ha annunciato venerdì sera la morte del fratello Fidel, avvenuta a 90 anni, dopo averne trascorsi 47 da capo di stato e 10 in qualità di guida-ombra dell’isola, nonostante la lunga malattia e l’età avanzata lo abbiano tenuto sostanzialmente lontano dai riflettori sin dal 2006. E’ un momento storico per Cuba, che solo una ventina di giorni fa si è trovata a fare i conti con la vittoria di Donald Trump alle elezioni USA, un fatto che spariglia le carte dei rapporti con Washington, dopo il riavvicinamento avvenuto ufficialmente lo scorso anno con la visita a L’Avana di Barack Obama. Ma quali conseguenze avrà sull’economia la morte del lider maximo? (Leggi anche: Cuba apre agli investimenti esteri per slegarsi dal Venezuela)
Iniziamo con una constatazione: è morto Fidel Castro, ma non il castrismo. In primis, perché il potere è adesso concentrato nelle mani del fratello 85-enne, che ha negli ultimi 5 anni aperto sì alle riforme, ma con un gradualismo esasperante e che ora potrebbe anche imprimere una qualche frenata, temendo di fare la fine di Mikhail Gorbacev nel 1991, che rimase travolto dal crollo del sistema comunista, che egli stesso aveva messo in moto con le riforme economiche e democratiche apportate; secondariamente, tutta la classe dirigente gerontocratica cubana difficilmente si discosterà dal marxismo-leninismo, che è per essa l’albero su cui sta seduta da una sessantina di anni.

Economia cubana stagnante da decenni

Lo stesso successore designato di Raul, che lascerà tra un anno e mezzo la presidenza, è un marxista convinto, tale Miguel Mario Diaz-Canel, 56 anni. In assenza di un qualche shock esterno al sistema politico cubano, di grandi passi in avanti non ne dovremmo notare e, anzi, il rischio che l’isola si chiuda a riccio, in difesa della sua identità socialista. esiste.
Eppure, il tracollo economico di Cuba è dietro l’angolo. Il paese da 11 milioni di abitanti ha un pil di poco oltre 60 miliardi di dollari, per una media di circa 6.000 dollari a testa. In teoria, saremmo dinnanzi a un’economia emergente dignitosa, nella pratica non è così. L’unità di misura con cui misuriamo la ricchezza della “baia dei porci” è in pesos CUC, la cosiddetta “moneda nacional”, il cui cambio è fissato a un irrealistico rapporto di 1:1 contro il dollaro USA. (Leggi anche: Cuba si prepara all’unificazione del peso)

Le riforme di Raul

In verità, i lavoratori cubani sono pagati per lo più in pesos CUP, il cui tasso di cambio è pari a 25 contro un dollaro. Cosa significa? Che il valore del pil sarebbe di gran lunga più basso di quello ufficiale, se teniamo conto del cambio reale tra pesos e dollari. In effetti, viene stimato poco oltre i 2.000 dollari all’anno, cioè all’incirca gli stessi livelli del 1959, anno della Revolucion.
Nel 2011, al fine di andare incontro all’esigenza di crescere e salvare il salvabile nell’ultima roccaforte al mondo del comunismo, Raul Castro ha varato una corposa lista di 178 riforme, di cui poche sono state effettivamente implementate. Tra queste, la possibilità per gli abitanti di acquistare e vendere casa, così come di intraprendere decine di lavori nel settore privato, prima vietati.

Lavoratori cubani ancora quasi tutti alle dipendenze dello stato

Resta il fatto, che la quasi totalità dell’occupazione sia ancora assorbita dal settore statale: 5 milioni su una popolazione complessiva (compresi bambini e anziani) di 11 milioni. E l’80% dello stipendio dei lavoratori viene trattenuto dall’agenzia pubblica di collocamento, ente di cui non possono fare a meno nemmeno le imprese straniere autorizzate ad investire e ad assumere sull’isola.
L’economia cubana è poco dinamica, tanto che la sua produzione industriale è oggi ancora inferiore a quella del 1989, anno di caduta di gran parte dei regimi comunisti europei, come conseguenza del crollo del pil negli anni Novanta, quasi dimezzatosi (-46%), dopo 4 anni di durissima recessione, innescata dalla mancata erogazione degli aiuti da parte della disciolta Urss. (Leggi anche: Cuba, torna l’incubo degli anni Novanta)

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