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martedì 15 novembre 2016

Ecco perché è finito in manette il ministro dell'Economia russo

Terremoto ai vertici del governo della Federazione russa. E' arrivata nelle scorse ore la notizia dell'arresto del ministro dell'Economia Alexei Uliukaev, accusato di aver intascato una tangente milionaria. L'indagine, portata avanti dall'Fsb, il Servizio federale di sicurezza, e avviata nel quadro della recente cessione di Bashneft al colosso petrolifero Rosneft, aggiunge nuovi interrogativi sulle circostanze che hanno accompagnato una delle più controverse operazioni di M&A in territorio russo degli ultimi tempi.

L'accusa

A fornire i primi dettagli sull'operazione la portavoce del Comitato d'inchiesta che si è occupato della vicenda.

L'accusa nei confronti di Uliukaev, ha dichiarato la portavoce Svetlana Petrenko, è quella di "di aver ricevuto 2 milioni di dollari in cambio del parere favorevole del Ministero dello Sviluppo Economico, che ha consentito alla società Rosneft di completare l'accordo per l'acquisizione di una quota del 50% di proprietà dello Stato di Bashneft"
Il ministro sarebbe stato colto in flagrante mentre riceveva la mazzetta. Secondo l'agenzia Intefax, la Commissione aveva già da un anno messo sotto controllo i telefoni del ministro e di alcuni suoi collaboratori. Il comitato non ha tuttavia precisato chi avrebbe pagato la somma.
"Si tratta di una estorsione per ottenere una tangente dai rappresentanti di Rosneft, accompagnata da minacce" ha detto Petrenko, precisando che la vendita in sè non sarebbe oggetto di indagini.

Se condannato, il ministro, incriminato sulla base dell'articolo 290 del codice penale russo, rischia la reclusione da otto a quindici anni.

La vicenda Rosneft-Bashneft

Il colosso petrolifero Rosneft, direttamente controllato dal Cremlino, ha acquisito il 50% di Bashneft per 330 miliardi di rubli (5,2 miliardi di dollari) nel mese di ottobre, nel quadro della più grossa cessione di asset portata a termine quest'anno dal governo.
La vendita del sesto produttore di idrocarburi del paese, nazionalizzato nel 2014 in seguito all'arresto del miliardario Vladimir Yevtushenkov, rientra in un più ampio piano di dismissioni messo a punto dal Cremlino nel tentativo di rafforzare le finanze pubbliche, da tempo sotto pressione, e ridurre il deficit di bilancio causato dalla caduta dei corsi del greggio.
Ma l'acquisizione da parte di un'altra società a controllo pubblico come Rosneft era stata oggetto di numerose critiche negli ultimi tempi. "E' impossibile chiamare la vendita di una società pubblica a un'altra società pubblica una privatizzazione" aveva scritto il quotidiano economico Vedomosti.
In una prima fase, lo stesso Uliukaev aveva assunto in un primo tempo una posizione più favorevole a una privatizzazione che non coinvolgesse altri soggetti pubblici.

Era stato in ogni caso proprio il ministero dell'Economia a mettere assieme le candidature delle società interessate. Il mese scorso, dopo settimane di esitazione, era arrivata alla fine la decisione di vendere a Rosneft, il gigante guidato da Igor Sechin, considerato vicino alla cerchia di Putin e come il capo del Cremlino ex agente del KGB.
Sechin, uomo di punta dell'ala più conservatrice, nonché manager tra i meglio pagati della Federazione Russa, è riuscito dopo una lunga fase di incertezza a condurre in porto l'operazione in tempi record.

Il 10 ottobre era arrivata la firma del decreto governativo per la vendita. Solo due giorni dopo, Rosneft ha chiuso l'accordo. 
E nelle scorse ore, un portavoce di Rosneft ha immediatamente dichiarato alla agenzia Tass che la società non vede comunque rischi per l'operazione e che "la quota di Bashneft è stata acquistata in accordo con la legislazione russa" e che quella di rosneft era la migliore offerta commerciale presentata."

Il ruolo di Putin

La prima reazione del Cremlino all'arresto era parsa di sorpresa.

Il portavoce del Governo Dmitry Peskov aveva dichiarato ai giornalisti nel corso della notte di non sapere se Putin fosse già a conoscenza di quanto avvenuto, aggiungendo che un'accusa così grave richiede prove incontrovertibili e che "soltanto un tribunale" potrà stabilirà i contorni della vicenda.
Ma l'agenzia Reuters ha rilanciato successivamente dichiarazioni di Peskov secondo cui Putin era già da tempo a conoscenza dell'indagine a carico del suo ministro. A molti appare d'altra parte piuttosto improbabile che il Comitato per le indagini, creato proprio dal presidente e posto direttamente sotto la sua autorità, abbia potuto agire contro il ministro dell'Economia senza l'avallo del capo del Cremlino.
Quello di Uliukaev è solo l'ultimo di una serie di arresti eccellenti.

Otto mesi fa Putin ha lanciato l'ennesimo piano anti-corruzione.  A farne le spese erano già stati qualche tempo fa Dmitrij Zakharchenko, alto funzionario dell'anticorruzione arrestato con 120 milioni di euro e Andrej Belyaninov, a capo da un decennio del Servizio federale delle dogane.
In ogni caso, che proprio Uliukaev sia caduto vittima dei nuovi piani del governo per porre un argine all'endemica corruzione russa  ha destato enorme sorpresa nell'establishment politico-finanziario.

Uliukaev, sessant'anni, è arrivato al governo nel 2013, dopo aver ricoperto incarichi di vertice nella banca centrale russa e molti lo consideravano un economista rigoroso e con una reputazione di uomo integro. "L'ultima persona che si potrebbe sospettare di qualcosa del genere" ha dichiarato il vicegovernatore della banca centrale Sergej Shvetsov.
E qualcuno fa adesso notare che con Uliukaev si rafforza il fronte più nazionalista e meno filo-occidentale, spostando ancora un po' più lontano dall'Europa l'asse della politica del Cremlino. 
Fonte: News Trend Online

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