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mercoledì 30 novembre 2016

Crisi Venezuela, bolivar a -60% a novembre e nei negozi si paga a peso

Venezuela, pagamenti a peso nei negozi
Il bolivar è precipitato nel mese di novembre, che ancora prima di concludersi ha già battuto ogni record negativo in Venezuela, perdendo il 60% del suo valore sul mercato nero e attestandosi a un cambio di 3.744 contro un dollaro, oltre 5 volte più alto di quello vigente sul mercato semi-libero controllato dallo stato e infinitamente maggiore di quello fisso ufficiale, pari ancora a 10. Sta di fatto, che il crollo del bolivar sta facendo esplodere i prezzi e rendendo ogni giorno più difficile la vita dei 30 milioni di abitanti dello stato andino.
L’inflazione viene stimata mediamente intorno al 700%, la più alta al mondo, ma è attesa più che raddoppiare l’anno prossimo. Ciò sta costringendo i venezuelani ad uscire di casa con borse piene di banconote, dato che la capienza di un portafoglio si rivela ormai inutile per effettuare anche i pagamenti basilari. Si pensi a un pacchetto di sigarette, venduto a 2.000 bolivar; esso richiede l’esborso di 20 banconote da 100 bolivar, il taglio più alto. Figuriamoci, se si possiedono tagli più piccoli. (Leggi anche: Maduro inseguito dalla folla – video – )

I pagamenti si fanno ormai a peso

Si è arrivati al punto, che numerosi negozianti hanno ammesso di non perdere più tempo nel contare le banconote pagate dai clienti, ma si sono ingegnati nel pesarle. Come se si trattasse, quindi, di frutta o verdura, i pagamenti vengono effettuati a peso, simbolo tragicomico di un’economia ormai fallita.
Gli stessi ATM delle banche non riescono più a tenere il passo con la domanda esplosiva di contante. Si consideri che per ottenere il corrispettivo di soli 5 dollari, un cliente deve ritirare dalla postazione bancomat ben un centinaio di banconote. Le macchine non riescono più a contenere tutto il cash necessario e i funzionari delle banche sono costretti a rifornirle ogni tre ore, mentre davanti ad esse si formano costantemente lunghe file, similmente a quanto accade da molti mesi ai supermercati, dove si è costretti ad aspettare anche mezza giornata per entrare, fare un giro tra scaffali vuoti e uscire praticamente con niente in mano per fare la spesa. (Leggi anche: Crisi Venezuela, prelievi bancari fino a $5 al giorno)

Brutte notizie dal fronte OPEC

Nessun senso hanno i prezzi ufficiali. Il governo ha innalzato il salario minimo a 27.000 bolivar al mese, che stando al cambio fisso sarebbero 2.700 dollari, ma per le strade valgono appena 8 dollari. A provocare questa crisi catastrofica ha contribuito la crisi delle quotazioni del petrolio, una materia prima, che qui costituisce il 96% delle esportazioni.
Con il greggio venduto al 40% del valore di appena 30 mesi fa, non esistono più dollari a sufficienza per le importazioni di beni e servizi, una maledizione per un’economia, che compra dall’estero il 70% di quello che consuma. E su questo versante rischiano di arrivare cattive notizie per il Venezuela, che in qualità di membro dell’OPEC ha fatto pressione più di tutti sull’Arabia Saudita, affinché concordasse un taglio della produzione dell’organizzazione, a sostegno dei prezzi. (Leggi anche: Venezuela, nemmeno la risalita del petrolio salverebbe l’economia)
Ebbene, sapremo entro stasera se il cartello dei 14 paesi produttori avrà raggiunto un’intesa, ma nelle ultime ore monta il pessimismo, dopo che l’Iran si è rifiutato di partecipare all’intesa. Caracas rischia di non avere così nemmeno una prospettiva credibile per sollevare la propria economia nel medio termine. Con riserve valutarie sotto gli 11 miliardi di dollari, in parte vincolate già per pagare il debito estero in scadenza, la carenza di valuta pesante rischia di essere ancora più acuta, portando o dritti al default, oppure a una sollevazione popolare, quando già appare quasi incredibile e stoico che i venezuelani si siano limitati a proteste di piazza.

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