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venerdì 4 novembre 2016

Cresce la paura Trump, si sgonfia lo spauracchio Brexit


L’avvicinamento della resa dei conti elettorale americana viene vissuto  dai mercati con crescente preoccupazione. Continuano infatti le vendite sull’azionario, che in USA ha vissuto, con l’indice più rappresentativo (SP500), la sua ottava seduta negativa consecutiva. Una serie da record, anche se occorre precisare che la scossa sull’indice, anche se prolungata, non ha per ora avuto una magnitudo molto alta.
Infatti in 8 sedute negative SP500 ha perso appena il -2,9%, una cifra che, quando c’è vero panico, si mette a segno in una o due sedute. E’ il segno che, certo, Trump al timone del Titanic americano un po’ spaventa, ma, in fondo in fondo, molti investitori non hanno perso le speranze di vedere Hillary vincitrice, grazie ad un colpo di reni finale di una risvegliata macchina elettorale democratica, o a diffuse crisi di coscienza che potrebbero cogliere gli elettori al momento di fare la croce sul faccione da farabutto del ricco vanitoso.
Una cosa curiosa, ma non troppo, è che in Europa il pericolo Trump è stato percepito in ritardo, ma sta producendo una scossa più forte di quella avvenuta in America.

Infatti le sedute negative consecutive sull’indice Eurostoxx50, che rappresenta l’azionario dell’Eurozona, sono state solo le ultime 4. Però in 4 sedute si è perso il -3,1% quasi il doppio di quanto ha perso SP500 nelle sue ultime 4 sedute (-1,77%).
Ho già indicato ieri i motivi principali che giustificano i timori europei.
La politica che dovrebbe portare avanti Trump, se rispettasse il suo un po’ confuso programma elettorale, causerebbe parecchi danni al commercio mondiale ed il progressivo disimpegno dell’America dallo scacchiere geopolitico europeo, privando il Vecchio Continente della tutela del muscoloso alleato yankee, a tutto vantaggio dell’aggressività di Putin.
E’ vero che Trump può cambiare idea varie volte al giorno, a secondo di dove lo porta il cuore, che sta sempre ben appoggiato al portafoglio.

E’ un Berlusconi con qualche anno in meno, un ego ancora più smisurato ed una spregiudicatezza persino maggiore. Stento a credere che chi anni fa prendeva in giro gli italiani per aver messo al potere un dilettante allo sbaraglio, col chiodo fisso per le donne e gli affari, ora sia ad un passo dal ripetere lo stesso errore.
Con la differenza, tutt’altro che piccola, che in questo caso a Trump viene affidata pure la valigetta nucleare della maggior potenza militare mondiale, non l’Italietta ricevuta da Berlusconi.
Ieri, però, l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, e, ovviamente, anche quella dei mercati, è stata distolta per un momento dai crucci elettorali americani per volgersi in Gran Bretagna, dove la Brexit si sta cacciando in un imbuto istituzionale degno dei migliori azzeccagarbugli italiani.
La Corte Suprema britannica ha affermato un principio ovvio, per chi ha dimestichezza con la democrazia, ma che il Governo inglese di Teresa May, altra dilettante allo sbaraglio, ha preso come uno schiaffo.

Ha sentenziato che, siccome il referendum sulla Brexit è consultivo, la formale decisione di attuare la volontà popolare deve passare da un voto parlamentare.
A me sembra una ovvietà assoluta. Ma in Gran Bretagna ha suscitato un pandemonio, perché il Governo May pensava di poter trattare l’uscita dalla UE senza passare per il Parlamento.
E questo perché, dopo il referendum ed il mesto abbandono di Cameron con la coda fra le gambe, il partito conservatore è praticamente spaccato, dato che non sono pochi i parlamentari conservatori che non vogliono uscire dalla UE. Perciò un voto parlamentare sarebbe piuttosto rischioso per il Governo e per il partito, che potrebbero addirittura andare entrambi in frantumi e produrre le elezioni anticipate, a tutto vantaggio dei laburisti, che però non vogliono la Brexit.
La May ha urlato un immediato ricorso in appello, non capisco bene con quale speranza di vincerlo, mentre la battaglia politica inglese riparte.

Il risultato concreto ed immediato è che la procedura di addio alla UE, sempre che arrivi a compimento, sicuramente si prolungherà ulteriormente, oltre le calende greche. La sterlina ha capito subito che la notizia era favorevole ed ha cominciato a recuperare la prima parte del molto terreno perso in questi mesi.
Anche perché il governatore della BOE Carney ha fatto capire che, tutto sommato, non ci sono molti motivi per difendersi da una recessione che non c’è, ed ha portato verso la neutralità la linea della politica monetaria britannica, che in precedenza aveva promesso di orientare in senso espansivo proprio per difendere l’economia inglese dai danni della Brexit.
Ho l’impressione che quello della Brexit diventerà un tormentone che ci seguirà per molto tempo e non escludo affatto che alla fine si concluda con un nulla di fatto.

Del resto le pressioni e le minacce della lobby finanziaria londinese per disattendere l’esito del referendum si fanno sempre più insistenti. Se il governo andasse in crisi… se si tornasse al voto con altri leader… se la campagna elettorale mostrasse l’intenzione dei due partiti principali di rimanere in Europa… beh, un referendum si potrebbe anche dimenticare. 
Del resto nel frattempo potremmo essere costretti ad occuparci del reality politico di Trump.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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