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giovedì 10 novembre 2016

Boomerang Trump! Il decennale Usa sale oltre il 2%

Lo tsunami Trump non ha certo avuto effetti negativi sulle Borse, malgrado i forti ribassi di ieri mattina, ma si è abbattuto comunque sui titoli di Stato d’oltre Oceano, che hanno vissuto una giornata sull’ottovolante, con una conclusione inequivocabile: fortissimo rialzo dei rendimenti per buona parte della curva, eccetto il 2 anni, contenutosi in un +5%.
Le scadenze a 5, 10 e 30 anni sono invece balzate di molto, con il decennale in particolare giunto poco sopra lo “yield” del 2,07%, per poi ritracciare nella notte al 2% tondo. Il perché è presto spiegato: in tutto il mondo – e soprattutto in Asia – i detentori di debito statunitense hanno venduto alla grande, nel timore che la politica economica annunciata nella campagna elettorale si traduca in fatti concreti.

Dollaro giù, inflazione su?   

La preoccupazione maggiore riguarda la possibile concatenazione di un dollaro più debole, di un’inflazione in crescita e quindi di una perdita di valore per i Treasuries, soprattutto sulle scadenze lunghe.

In altre parole si prevede un irripidimento della curva, quello che in termini tecnici viene chiamato “steepening”. Il che contrasta con una convinzione sempre più diffusa: il tanto conclamato aumento dei tassi nel prossimo dicembre non avverrà. Alla Fed si potrebbe giustificare la decisione attribuendola alla troppa volatilità presente sui mercati.
Una scappatoia che non tiene conto di una notizia diffusa ieri sera: le prime previsioni di crescita del Pil nel quarto trimestre 2016 si attesterebbero su un +3,1%, in base alle indicazioni delle vendite già realizzate dalle grandi catene commerciali.  

Giornata con il batticuore

Il risultato finale della seduta contrasta con quelle che erano le indicazioni iniziali, quando il mercato aveva all’opposto acquistato Treasuries, giudicandoli classico asset rifugio.

Poi dall’estero ci si si è resi conto che le talvolta contradditorie dichiarazioni di Trump in campagna elettorale portano alla possibile conclusione prima esposta, timore d’altra parte già espresso da non pochi istituzionali statunitensi nelle scorse settimane. E così è iniziato il prevalere dei “sell”, che potrebbe comportare perfino effetti su un rinvio di nuove aste, previste per i prossimi giorni.
Il rendimento del 5 anni è passato dall’1,16% delle ultime ore della notte fra martedì e mercoledì all’1,49% di ieri sera. Il 10 anni ha registrato un balzo dall’1,73% a quasi il 2,1%, mentre il 30 anni è balzato dal 2,54 al 2,87%. Nella notte si sono poi registrati dei cali marginali.

Reazioni esasperate che confermano la brutta aria che tira nei confronti dei titoli di Stato statunitensi, per i quali è ormai prevedibile un quadro di forte volatilità pure nei prossimi giorni. E l’effetto potrebbe estendersi ai “colleghi” europei. Il Bund ha rotto quota 162 al ribasso, toccando i 160,9 e confermando il trend negativo in atto da settembre, con un rendimento salito allo 0,21%.

Se questo è l’inizio…

La domanda che ormai tutti si pongono è inevitabile: se il primo effetto di Donald The President è così dirompente, senza nemmeno aver ancora preso la benché minima decisione, figurarsi cosa avverrà quando le sue scelte si tradurranno in azioni concrete.

Qualcosa si sta davvero muovendo nello statico pentolone dei governativi, con effetti che potrebbero presto ampliarsi a tutte le altre tipologie obbligazionarie. Tensioni anche sul fronte del dollaro, su cui si prevedono movimenti violenti nelle prossime giornate, soprattutto rispetto a yen ed euro.
Ma l’incertezza la farà da padrona, almeno fino a gennaio, quando Trump si siederà davvero alla Casa Bianca. 
Fonte: News Trend Online

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