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martedì 15 novembre 2016

Bloomberg: il petrolio può tornare tra 25 e 30 dollari


L'incontro dell'Opec in agenda il 30 novembre, ha un ostacolo in più. Trump. Le quotazioni del greggio, dopo aver toccato l'apice a metà ottobre con 52 dollari, arrivano a 45,26 dollari per il Brent e 44,35 per il WTI, facendo temere un escalation verso i minimi di agosto con il barile poco sopra i 40 dollari (40,8) per la precisione anche se, vista la perdita a due cifre sulla quotazione registrata in 3 settimane, Forbes non esclude un ritorno ai minimi di inizio anno, minimi che oscillavano tra i 25 e i 30 dollari al barile.

L'effetto Trump

Intanto gli analisti si interrogano sul fatto che il petrolio possa ricevere una spinta dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump e delle sue politiche energetiche.
Che ci sia in futuro una spinta sul settore è indubbio, anzi, in realtà saranno più di una, quello che resta da capire è quale trend, tra tutti quelli che si stanno formando in questo momento, sarà quello determinante per una risalita o un ulteriore crollo delle quotazioni.
Il fattore Trump, infatti, ha molteplici valenze. Prima di tutto è bene valutare gli effettiderivanti dalla scelta politica preminente, quella di incrementare la produzione petrolifera sia on shore che off shore. Questo porterebbe a scombussolare tutte le previsioni dell'Opec che sperava, con un crollo dlle quotazioni da oltre 2 anni, di aver elimintato o almeno fortemente indebolito, la grande concorrenza a stelle e strisce esplosa con la rivoluzione dello shale oil.

Purtroppo l'arrivo di Trump, cambia le carte in tavola, ancora di più se si guarda alle numerose defezioni di paesi come Iran, Iraq, Nigeria e Libia che non hano alcuna intenzione di partecipare al programma di tagli sulla produzione. 
E per dimostrarlo hanno deciso di aumentare la loro produzione facendo perciò lievitare anche quella complessiva dell'Opec, Con il paradosso che un accordo sui tagli dell'output porterebbe a far crescere il prezzo del petrolio proprio mentre Trump riattiva e incentiva il settore estrattivo e l'Arabia Saudita diinuisce la sua produzione perdendo inevitabilmente quote di mercato.

L'accordo sul nucleare 

L'altra spinta, invece, arriva sempre da Trump, presidente dei paradossi ancora prima che degli Usa: la sua volontà di mettere fine all'accordo sul controllo della produzione nucleare iraniana, stando alle dichiarazione degli esperti Bloomberg, permetterebbe di diminuirel'output di circa un milione di barili ovvero la quota che, tra i vari aumenti, si era registrata sui dati Opec e che eccedeva oltre le aspettative (e le possibilità) di molte nazioni del cartello.

I numeri denunciavano, infatti, una forbice troppo ampia tra 
le estrazioni di ottobre (per l'OPEC si parla di oltre 230.000 barili al giorno in più) che sono arrivate a un totale di 33,83 milioni contro un limite massimo che, in teria, non dovrebbe andare oltre i 33 milioni secondo quanto stabilito, teoricamente, ad Algeri e che dovrebbe (condizionale d'obbligo) essere ratificato a Vienna a fine mese. 
Fonte: News Trend Online

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