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giovedì 17 novembre 2016

Banche sull'orlo di una crisi di nervi: da Unicredit a Mps

Il palazzo Unicredit a Milano e una pubblicità di Generali.
Il palazzo Unicredit a Milano e una pubblicità di Generali.
Avete presente il tormentone pubblicitario di Roberto Carlino per la sua Immobildream?
Sì, proprio quello del «non vendo sogni ma solide realtà!».
Ecco, diciamo che mi sono sentito come quel venditore di case nel leggere che quello che qui avevo raccontato come un sogno fatto una notte, e cioè la resa allo straniero di quel poco che resta del capitalismo italico, viene considerato cosa vera e altamente probabile.
Ora l’incubo rischia di avverarsi, purtroppo.
L'EX SALOTTO RIDOTTO A TINELLO. Da quando l’Ansa, che di solito non si espone sui rumors, ha dato eco alle voci di mercato su una possibile fusione tra Société Générale (SocGen) e Unicredit - ergo, la francese che si mangia l’italiana visto che ha una capitalizzazione di Borsa più che doppia (32,8 miliardi contro 14,2) -, sui giornali di casa nostra è tutto un fiorire di articoli sull’argomento. Meglio tardi che mai, viene da dire.
Anche se ora servirebbe soprattutto qualche commento, più che la rincorsa a notizie colpevolmente lasciate marcire.
Perché se davvero si avvererà il mio sogno premonitore – e cioè che qualcuno sta preparando un filotto che oltre a SocGen-Unicredit prevede Axa su Generali e Telecom a Orange – gli “indignati speciali” del nostro giornalismo, pur essendo abituati a stare sempre dalla parte del vincitore, non potranno esimersi dal censurare un tale disegno, salvo perdere definitivamente la faccia.
Ci portano via gli ultimi pezzi del nostro ex salotto buono, ormai ridotto a tinello di casa di ringhiera, e loro non dicono niente?
UNICREDIT VERSO UN AUMENTO MONSTRE. Dunque è vero. Jean-Pierre Mustier, il banchiere a capo di Unicredit che si rifiuta di parlare italiano (dice che lo sta studiando…), sostiene che gli corre l’obbligo (ma sarà vero?) di fare un aumento di capitale monstre.
Altro che 10 miliardi.
Sarà tra i 13 e i 15, al netto di quanto incassato dalle cessioni in corso.
Quindi, siccome il mercato non verserà mai tutti quei soldi nelle casse gestite dal francese, e visto che degli attuali azionisti al massimo ci sarà qualcuno (per esempio Fondazione Cariverona) che seguirà pro-quota ma gli altri sono decisi a mollare (arabi compresi), ecco che avanza il cavaliere bianco SocGen, guidato dal renzianissimo fiorentino ex Bce Lorenzo Bini-Smaghi, a salvare Unicredit, in cui gli attuali soci non sono disposti a immettere in modo così massiccio nuovi capitali.

Fervono i preparativi per il matrimonio Generali-Axa

Philippe Donnet, ad di Generali.
(© Ansa) Philippe Donnet, ad di Generali.
Se è vera la prima parte del mio sogno-incubo, penso che presto avremo evidenza che anche la seconda, quella che riguarda i due colossi delle assicurazioni Axa e Generali, non è una semplice fantasia notturna.
Se pur in gran segreto, i preparativi del matrimonio sono già in corso.
Volete un indizio?
Guardate dove si tiene in queste ore la convention dei top manager della compagnia triestina: ma a Parigi, évidemment.
L'ABBRACCIO MORTALE COI FRANCESI. Sarà pure una coincidenza, ma con quello che si racconta in giro sulle mire di Axa non c’era altro posto che sotto la Tour Eiffel dove Philippe Donnet – toh, un altro francese! – poteva radunare le sue truppe?
Oppure un caso fortuito non era, e l’uomo voluto alla testa di Generali da Vincent Bollorè con la complicità di Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, l’ha fatto apposta. Come segnale ai suoi che proprio lì, all’abbraccio mortale con Axa, lui intende andare.
Anche qui, soloni del giornalismo, se ci siete battete un colpo.
E già che ci siamo battetelo pure su Mps.
IL PIANO MORELLI PER MPS. No, Siena non l’ho sognata. In questo caso la realtà supera ogni possibile immaginazione umana.
Avete letto il comunicato che l’altra notte ha sfornato il nuovo amministratore delegato Marco Morelli?
È il primo caso di adesione volontaria ma al tempo stesso obbligatoria.
I titolari di obbligazioni subordinate, infatti, potranno “liberamente” scegliere se aderire o meno alla proposta della banca di convertire i loro bond in azioni emesse in occasione del tanto sospirato aumento di capitale da 5 miliardi.
Essendo il valore delle obbligazioni pari a 4,3 miliardi, se tutti accettassero la proposta la ricapitalizzazione sarebbe quasi a posto.
E se gli obbligazionisti invece non accettassero? Ecco che l’adesione da spontanea diventa spintanea.

A Siena la conversione dei bond somiglia a un ricatto

Marco Morelli.
(© Ansa) Marco Morelli.
Recita il comunicato della banca senese: se la conversione «non avesse un esito soddisfacente», allora le banche del consorzio potrebbero sottrarsi all’impegno di garantire l’eventuale inoptato dell’aumento da 5 miliardi, con la conseguenza che Mps «non riuscirebbe verosimilmente» (sic) a chiudere la ricapitalizzazione.
E, se ciò avvenisse, Mps potrebbe essere sottoposta «ad azioni straordinarie da parte delle autorità competenti, che potrebbero includere, tra le altre, l’applicazione degli strumenti di risoluzione».
Ergo, i titoli «potrebbero essere soggetti a riduzione del relativo valore nominale» oppure, udite udite, a «conversione forzata in azioni», secondo i criteri e l’ordine previsto dalla normativa sulle risoluzioni bancarie, cioè il famoso bail-in.
LA «BUONA FEDE» DEI BANCHIERI. Quale sia la linea di confine che separa l’esito soddisfacente da quello insoddisfacente non è dato sapere.
Questo significa che la decisione verrebbe presa a loro insindacabile giudizio, visto che il vangelo secondo Morelli recita così: «Secondo il giudizio in buona fede di ciascuno dei membri del Consorzio che agiscono in qualità di Global Coordinators».
Manca l’amen finale e c’è tutto.
Ma come, a degli squali famelici come le banche del consorzio concedi che possano decidere secondo la loro «buona fede»? E perché non al loro buoncuore o alla loro clemenza?
RENZI NON DICE NIENTE? Insomma, siamo al simil ricatto: cari risparmiatori, o convertite i vostri bond in azioni con le buone o vi costringeremo a farlo con le cattive.
Adesso avete capito perché Jp Morgan si è data da fare perché fosse mandato a casa l'ex amministratore delegato Fabrizio Viola, che a questo scandalo si era opposto?
Ma di fronte a questo, il governo che per mano sua – le famose telefonate del ministro Pier Carlo Padoan a nome del presidente del Consiglio – non ha niente da dire?
E Matteo Renzi, che ha sì sposato (imprudentemente) la causa di Jp Morgan ma ha anche promesso (frettolosamente) che nelle vicende bancarie nessun risparmiatore ci avrebbe rimesso un centesimo, ha argomenti reali per rassicurare i tanti italiani coinvolti e i tantissimi che domani potrebbero esserlo in altre situazioni?
Se non sbaglio tra pochi giorni si vota, e lo stesso Renzi ha voluto personalizzare il referendum…

(*) Con questo “nome de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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