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giovedì 10 novembre 2016

Banche, la grande mappa di esuberi e crisi

Beniamino Anselmi
Beniamino Anselmi
A portare alle dimissioni di Beniamino Anselmi, fresco presidente di Veneto Banca nell'era Atlante e già ex dopo appena tre mesi, sarebbero i conflitti con i vertici della promessa sposa Popolare di Vicenza, con una road mapche vorrebbe il matrimonio troppo presto e a un prezzo troppo alto.
I sindacati la pensano come lui: «Due perdite insieme non si compensano», spiega Giulio Romani della First Cisl. «Il rischio è la contrazione degli attivi e a quel punto dovranno incidere sui clienti tagliando i fidi, mettendoli in difficoltà e peggiorando a cascata la qualità del credito. Si rischia di creare un buco dal diametro maggiore dei due buchi che ci sono messi insieme».
SOLO 605 PREPENSIONABILI CON IL FONDO. E poi c'è la partita degli esuberi: il presidente di BpVi Gianni Mion ha parlato di 1.300-1500 unità, indiscrezioni del Corriere arrivano a 3.500 in tutto.
BpVi conta di risparmiare 100 milioni tagliando posti: appena un settimo della perdita dell'ultima semestrale.
Eppure secondo i dati della Fabi, il principale sindacato dei bancari, a Vicenza sarebbero solo 605 i lavoratori che rientrano nei criteri dei prepensionamenti da finanziare con il fondo per gli esuberi di categoria.
IL GOVERNO STANZIA 658 MILIONI. In sostanza, se i numeri fossero confermati non si tratterebbe più di prepensionare, ma di annunciare lo stato di crisi - una iniziativa che solitamente le banche evitano per scongiurare nuove fughe della clientela - e licenziare chi dalla pensione è ancora lontano, approfittando del fondo per gli esuberi di categoria a cui il governo ha appena destinato 658 milioni di euro nell'ultima manovra, dopo averne aumentato la durata da cinque a sette anni per decreto.
Il consiglio di amministrazione di BpVi voleva discutere dell'uscita dei lavoratori prima della presentazione del piano industriale.
E le dimissioni di Anselmi mettono in discussione l'idea che il presidente Mion abbia voluto solo alzare il tiro per arrivare al contratto di solidarietà, già applicato alle quattro good bank e a Veneto Banca.

Un intervento per Mps, BpVi, Veneto Banca e CariFerrara

La sede del Monte Paschi Siena in piazza Salimbeni.
(© Getty Images) La sede del Monte Paschi Siena in piazza Salimbeni.
Come se non bastasse, i numeri traballano anche a Mps.
A fine ottobre, alle organizzazioni sindacali che gli avevano chiesto di sedersi attorno a un tavolo e trovare una soluzione, Marco Morelli, il nuovo amministratore delegato di Mps, aveva nicchiato.
Tutti i sindacati volevano una risposta sui lavoratori della Fruendo, la newco partecipata dal gruppo Bassilichi che di Mps gestisce back office bancomat e da Accenture.
L'OPERAZIONE BASSILICHI. Nel 2013, in un colpo solo e con un'operazione inedita nella storia d'impresa, come ha rivendicato lo stesso patron di Bassilichi, renziano conoscitore degli affari di Siena, Mps le aveva ceduto ben 1.000 lavoratori: il doppio di quanti allora ne impiegava il gruppo.
In cambio la società fiorentina, che da sempre ha Rocca Salimbeni come primo azionista de facto nonché miglior cliente, ha ottenuto decine e decine di milioni di commesse.
Ora però 600 di quei dipendenti hanno fatto causa: 400 si sono visti dare ragione dai giudici, 245 anche in appello.
Secondo la maggioranza dei giudici del lavoro, insomma, l'operazione non sarebbe stata legittima.
PIANO INDUSTRIALE IN BILICO. Nel resoconto di gestione, però, l'istituto di credito ha annunciato di essere pronto al ricorso e rassicurato: «Non sono previsti impatti economici per la capogruppo».
E però l'impatto si sentirebbe sul piano industriale che prevede a oggi 2.900 esuberi (2.600, puntualizzano dalla banca, considerando le 300 nuove assunzioni).
Un dettaglio, si dirà, di fronte all'incertezza dell'aumento di capitale da 5 miliardi, con gli investitori che, sempre secondo l'istituto di credito, sarebbero appesi al referendum del 4 dicembre.
Tuttavia si tratta del primo scricchiolio di un piano industriale che, con o senza nuovi eventuali forti azionisti, rischia di essere rapidamente cestinato.
E del resto, dice una fonte vicina al dossier, anche se l'intervento del governo sugli esuberi è un aiuto a tutto il settore e ai lavoratori, è la risposta a un'emergenza con nomi precisi: «Mps, BpVi, Veneto Banca e CariFerrara».

Risorse per 5 mila prepensionamenti, ma la platea è di quasi 9 mila

Gianni Mion e Francesco Iorio, presidente e amministratore delegato della Banca popolare di Vicenza (BpVi).
Gianni Mion e Francesco Iorio, presidente e amministratore delegato della Banca popolare di Vicenza (BpVi).
A quel fondo, raccontano i ben informati, le banche vogliono attingere «come mosche sul miele».
Stando alle cifre elaborate in base agli ultimi piani industriali dalla Fabi, sono 20 mila gli esuberi previsti nei prossimi quattro anni: oltre a Mps e a BpVi, 180 uscite da Veneto Banca, 1.800 dal neonato Banco Bpm, 2.750 da Ubi Banca, 6.135 da Unicredit, 1.108 (di cui 332 esuberi) da Intesa San Paolo, 585 dalla Banca popolare dell'Emilia Romagna (Bper), 400 dal Banco popolare, 163 da Etruria, 530 da Banca Marche, 300 da CariParma, più di 1.000 e inattesi alla Banca nazionale del lavoro (Bnl).
E si tratta solo dei piani annunciati finora.
COSTO MEDIO DI 55 MILA EURO L'ANNO. Oltre al contributo dell'esecutivo, attualmente nel fondo ci sono altri 130 milioni: in tutto quindi 790 milioni di euro.
Un prepensionamento costa in media 55 mila euro l'anno.
Se consideriamo un prepensionato a cui mancano tre anni all'anzianità, il costo complessivo ammonta a 165 mila euro.
Con i fondi attualmente disponibili si pagano quindi più o meno 5 mila esuberi a tre anni. Però la platea di lavoratori potenzialmente interessati, stando ai numeri raccolti dalla Fabi, è quasi doppia: 2.516 in Mps, 2.100 in Unicredit, 1.420 in Ubi, 585 in Bpm, 575 in BpVi, 332 in Intesa, 324 in Bp, 316 in Bper, 210 in Banca Marche, 207 in Etruria, 160 in Bnl, 70 nella Popolare di Bari. In tutto, 8.815.
«SPALMARE I SOLDI SU 20 MILA ESUBERI NON SERVE». Tra i sindacati c'è chi è covinto che con i fondi attuali si riescano a coprire 25 mila-31 mila esuberi.
A una condizione però: «Se questi soldi si spalmano su 20 mila esuberi non servono a niente, alle banche sane arriverebbe un piccolo beneficio irrilevante», dice Romani.
La precedenza dunque va alle situazioni più preoccupanti: Mps, le banche venete, considerando anche gli esuberi legati al contestato progetto di fusione, e CariFerrara, data con altissima probabilità come la sola delle cosiddette quattro good bank che non sarà acquisita da Ubi Banca.
UNICREDIT IN POLE. Una volta finanziate quelle operazioni, le banche andranno ad attingere al fondo, aprendo una corsa contro il tempo a chi presenta prima il piano industriale.
E in pole position potrebbe esserci Unicredit.
Ma la coperta, considerando altri possibili focolai di crisi a partire da Carige - un rosso di 245 milioni di euro nei primi nove mesi dell'anno e redditività in calo del 10% -, potrebbe risultare ben più corta.
E la paura è che la solidarietà di settore venga messa da parte.
Il problema va ben oltre gli esuberi: considerando il totale dei depositi e la percentuale media di quelli oltre i 100 mila euro, se falliscono Veneto Banca e Popolare di Vicenza, gli altri istituti sarebbero costretti a pagare attraverso il fondo di garanzia dei depositi una cifra attorno ai 14-15 miliardi di euro.

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