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venerdì 11 novembre 2016

5 parole-chiave dell’agenda economica di Trump


Gli economisti di Morningstar non cambiano le previsioni sulla crescita degli Stati Uniti dopo la vittoria di Donald Trump alle presidenziali. “Avevamo assunto una posizione più cauta sulla congiuntura americana sei mesi fa”, spiega Robert Johnson, direttore dell’analisi macro di Morningstar, “perché alcuni settori, che hanno trainato la crescita negli ultimi anni, come l’auto, i trasporti aerei, lo shale gas e anche il farmaceutico, hanno dato segnali di rallentamento”.

Le stime sono di un incremento del Pil (Prodotto interno lordo) dell’1,6% nel 2016 (contro il +2,9% del 2015).
Debolezza della congiuntura non significa recessione, tuttavia è un fenomeno che gli investitori e i mercati non possono ignorare, soprattutto se si guarda ai prossimi anni e quindi alle decisioni che prenderà l’amministrazione Trump.
Sono cinque i fattori da tenere d’occhio.

Inflazione e tassi

Il primo è l’inflazione. “Negli Stati Uniti, sta diventando un problema”, dice Johnson. “E con il nuovo presidente potrebbe diventare più grave di quanto non lo sia ora”. Molte proposte politiche, infatti, vanno nella direzione di far aumentare l’indice dei prezzi, se saranno realmente implementate.

Per questa ragione, anche se la Federal Reserve lascerà i tassi invariati a dicembre, potrebbe intervenire successivamente molto prima e più rapidamente di quanto è stato previsto in passato.

Spesa per infrastrutture

Il secondo fattore è strettamente collegato al primo.
Nel suo programma elettorale, Trump ha promesso di incrementare la spesa per infrastrutture. “Se sarà realizzato il suo piano, creerà nuovi posti di lavoro e questo è positivo”, dice l’economista di Morningstar. “Ma dove troverà i soldi? Il bilancio pubblico è già molto tirato e nessuno vuole pagare più tasse”.

Per altro, il nuovo presidente ha detto di voler abbassare l’imposizione fiscale.

Commercio internazionale

Il terzo fattore è il commercio internazionale. Il neo eletto presidente ha fatto del motto “Americanismo, non globalismo” uno dei punti forti della sua campagna.
Se darà seguito alle promesse, potrebbe danneggiare, non solo chi ha forti rapporti di scambio con gli Stati Uniti, ma l’intera economia globale. “Se metterà delle barriere, le merci costeranno di più agli americani”, dice Johnson. “Inoltre, non dimentichiamo che l’import-export rappresenta circa il 12% del Pil (Prodotto interno lordo) americano, una percentuale che non può essere definita irrilevante”.

Flussi migratori

Il quarto fattore è l’immigrazione.

Il rischio è che limitare i flussi determini scarsità di forza lavoro. “Se guardiamo alle politiche in materia di altri paesi, vediamo come il Giappone, che non ha immigrazione, è da decenni in una situazione di crescita negativa”, dice Johnson. “L’Europa, che non ha ancora trovato una soluzione per il problema, non brilla certo per espansione economica.
Gli Stati Uniti, invece, che finora hanno fatto scelte più liberali, hanno registrato tassi di crescita migliori delle altre due aree”.

Tra il dire e il fare…

Infine, non dimentichiamo il vecchio detto: “Tra il dire e il fare…”. La storia, anche quella più recente della presidenza di Barack Obama, insegna come non sia facile realizzare il programma elettorale, perché serve il consenso del Congresso e sono molte le parti coinvolte.

E quando si riesce, non è detto che il risultato sia esattamente quello che si voleva ottenere.
Di Sara Silano
Autore: Morningstar Fonte: News Trend Online

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