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venerdì 11 novembre 2016

2016: l’anno della Brexit e di Trump


“Vittoria Trump: rivoluzione più grande della Brexit”. Massima assai decisa, espressa in un tweet da Nigel Farage, il leader del Partito per l'Indipendenza del Regno Unito, che poi ha aggiunto  che “sembra che il 2016 stia per essere l'anno di due grandi rivoluzioni politiche".
E ha aggiunto che il successo di Trump sarebbe "più grande di quello della Brexit". 
Comunque vada, scorrendo i primi commenti della stampa britannica sulle elezioni presidenziali degli Stati Uniti,  si trova ripetuto il concetto che, scegliendo Donald Trump, gli Usa abbiano votato la loro Brexit, ovvero abbiano dato espressione a una rivolta contro l'ordine politico ed economico.

Le conseguenze, probabilmente, potrebbero essere molto più significative di quelle dell'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, scrive Robert Shrimsley sul Financial Times. Sul tabloid Mirror, il caporedattore politico Jason Beattie osserva che le forze che hanno spinto Trump alla vittoria sono le stesse che hanno causato terremoti politici in Europa: la rabbia e la frustrazione di chi è rimasto indietro a causa della globalizzazione.
I columnist del quotidiano progressista The Guardian esprimono preoccupazione. Per Jonathan Freedland è stato eletto “il leader più pericoloso: un bigotto instabile, predatore sessuale e bugiardo compulsivo, capace di qualunque cosa”; altri commenti sottolineano il terribile momento per i neri, le donne, i musulmani, i gay, gli immigrati e tutti i più vulnerabili. 
Proviamo, però, a piegare la domanda sotto un altro profilo.

Cosa ne pensa il mercato? Guglielmo Manetti, Vice Direttore Generale di Intermonte Advisory e Gestione, spiega che se confrontiamo la reazione del 9 novembre del mercato italiano con quella di Brexit il 24 giugno scorso notiamo comunque una grandissima differenza, a conferma che la rilevanza del mercato a freddo su questo evento non è assolutamente confrontabile con Brexit.
Post Brexit il mercato italiano perse quasi il 17% in 2 giorni, per poi recuperare quasi 2/3 del calo nei 3 mesi successivi. La reazione post Trump è stata fin’ora un calo del 3,6%, ridotto al 1% se guardiamo a quanto accaduto sempre il 9 novembre.
Manetti ritiene che la campagna estremamente populista e protezionista dà adito a lecite preoccupazioni su quelle che potranno essere scelte a favore dell’economia americana con possibili ripercussioni sulle economie internazionali, anche se visto che gli USA sono il partner commerciale di riferimento di moltissime economie sembra difficile pensare all’inizio di una indiscriminata politica di dazi su qualunque settore.

Da punto di vista fondamentale, l’esposizione agli USA e la sensitività delle società quotate ad una fase di debolezza del dollaro (che per ora non si sta verificando) è qualcosa che si può oggettivamente misurare. Questo ovviamente non tiene conto di quelle che possono essere le peculiarità specifiche delle aziende, strategie di copertura sui cambi e appeal relativo del settore ma dà l’idea dell’esposizione del fatturato delle principali aziende italiane a fluttuazioni del dollaro. 
Ma proviamo a vedere come hanno reagito anche gli altri mercati.

La reazione del mercato high yield europeo è stata incredibilmente sommessa. James Tomlins, gestore del team obbligazionario di M&G Investments, spiega che il mercato sembra scontare un impatto modesto se non nullo per i premi al rischio europei e anche per le società potenzialmente coinvolte in modo più diretto in America Latina, l’adeguamento di prezzo è risultato molto lieve.
Sembra che gli investitori stiano guardando oltre l’incertezza a breve termine per concentrarsi sulla prospettiva di una politica fiscale più morbida che fa ben sperare per la crescita nominale, un’evoluzione di cui quasi tutte le società high yield dovrebbero beneficiare.

Cemex, ad esempio, ha una forte presenza sul mercato interno statunitense, ma per ironia della sorte, potrebbe diventare un fornitore di spicco dell’ipotetico programma infrastrutturale di Trump.
Lanciandoci in avanti con le ipotesi, Stefan Isaacs, Deputy Head del team Retail Fixed Interest di M&G Investments, ci propone quindi cinque previsioni per il futuro:
  1. Gli Stati Uniti adotteranno un atteggiamento più morbido sul fronte della spesa pubblica.
    Per quanto il Presidente eletto Trump possa essere in parte frenato dalla Camera a maggioranza repubblicana, si può ragionevolmente presumere che vedremo effettivamente tagli alle imposte e aumenti della spesa per infrastrutture e difesa. Con un’economia vicina alla piena occupazione, questo sviluppo avrà effetti inflativi nel medio termine e le curve dei rendimenti continueranno a mostrare una tendenza all’inclinazione.

    Questo dovrebbe favorire gli asset a beta più elevato, incluso il mercato high yield statunitense.
  2. Gli asset sensibili all’inflazione andranno meglio di quelli esposti alla deflazione. Gli strumenti finanziari sono destinati a sottoperformare sia le commodity che gli immobili, in un mondo in cui i politici stanno giocando la carta del populismo.
  3. L’Europa si prepara ad affrontare sfide notevoli sul piano politico nei prossimi dodici mesi.
    Se quest’anno ci ha insegnato qualcosa è che dobbiamo aspettarci l’inaspettato. Potremmo vedere cambiamenti politici rilevanti in Francia e in Germania? L’Italia voterà contro la riforma del Senato al referendum del 4 dicembre? Questo potrebbe sollevare dubbi concreti sulla direzione futura dell’Eurozona, uno sviluppo certamente non scontato dai mercati dell’Europa periferica al momento.
  4. La presidenza Trump comporterà una contrazione degli scambi commerciali con l’Europa, che metterà a rischio la già fragile ripresa europea.

    È troppo presto per parlare di un “tapering” da parte della BCE, che dopo qualche aggiustamento, amplierà il programma di QE nel corso di quest’anno.
  5. Trump non può costruire nessun muro, ma quand’anche lo facesse, non servirebbe a tenere fuori i robot, il cui numero è destinato a raddoppiare, superando i 2,5 milioni entro il 2020.
    Unitamente all’ingorgo di risparmi in Asia sempre significativo, per quanto in decelerazione, i robot sono il fattore che tiene a freno l’inflazione e i rendimenti obbligazionari. Questi ultimi tenderanno al rialzo, ma senza tornare ai livelli pre-crisi.
Autore: Volcharts.com Fonte: News Trend Online

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