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lunedì 31 ottobre 2016

Torna la paura sui mercati. E per gli analisti presto aumenterà


Ultima giornata di ottobre, primo giorno della settimana e, per chi vuole, anche festa di Halloween, ricorrenza che festeggia l'unico giorno dell'anno in cui, secondo la tradizione celtica, le barriere spazio temporali che dividono il mondo dei morti da quello dei vivi si annullerebbero.
Una ricorrenza che ha, come sua caratteristica principale, la paura. Forse anche per questo motivo gli analisti intervistati da Bloomberg, hanno evidenziato più di un timore che si starebbe affacciando all'orizzonte. Un timore nato non certo dall'opinione personale degli esperti ma dall'osservazione dei grafici.

Paura per la volatilità

Nello specifico si tratta di avvertimenti sull'aumento prossimo della volatilità. A confermalo anche la società di gestione britannica M&G che ha citato tre “fantasmi” da temere e cioè quello del rapporto tra ricchezza finanziaria e reddito disponibile Usa: in questo caso si vedrebbe una bolla sulla valutazione dei redditi futuri rispetto a quelli attuali.

La view particolarmente pessimista viene accentuata da un altro report, sempre di M&G secondo cui la media dei rendimenti di stato trentennali nel periodo della crisi, ovvero a partire dal 2009 ad oggi, sarebbero arrivati all'1% dal precedente livello del 3%.
Dulcis in fundo le analisi del fondo di investimento Algebris che guardano alla Gran Bretagna in particolare alla previsione sul periodo decennale ovvero quando le conseguenze della Brexit saranno pienamente effettive.

Il focus si concentra sui tassi di inflazione a 10 anni e quelli di rendimento dei bond con la stessa scadenza: il divario che si presenterebbe sarebbe addirittura di 2,5% in più dei primi sui secondi. Un esempio arriva dalla settimana appena chiusa e in cui si è visto un aumento di 20 punti sui Gilt, aumento che allargando al visuale all'intero mese di ottobre arriva ai 50 punti.

Lo sguardo sui bond

Fondamentalmente le osservazioni degli analisti si concentrano sul settore dei bond e i timori potrebbero non essere smentiti dai numeri, quelli del rendimento medio che ha visto un balzo nelle ultime ore da parte di tutte le obbligazioni, sia quelle Usa che quelle inglesi così come anche quelle dell'Eurozona.

Un trend aiutato dalle ultime rilevazioni sul fronte dei dati macro, migliori delle previsioni, e che potrebbero convincere le banche centrali, attualmente i primi investitori nel settore obbligazionario, a cambiare idea rispetto a quanto fatto finora a livello di politica monetaria, e limare le rispettive presenze.
A levarsi a favore dei pessimisti, è la voce di Anthony Doyle, responsabile investimenti di Retail Fixed Interest di M&G Investments che guarda a debito, disinflazione e crescita in rallentamento come i primi e più temibili fattori zavorranti per la ripresa, una ripresa che è ben lontana dall’arrivare non solo guardando i numeri ma anche la situazione ben più complessa del sistema bancario asserragliato da diverse pressioni sul fronte dei regolamenti europei ma anche sulle prospettive di redditività a loro volta limate dalle politiche delle banche centrali che hanno portato i rendimenti a ai minimi se non in territorio negativo.

Un groviglio la cui soluzione non è ancora chiara. Per quanto riguarda la bassa inflazione (che in alcune aree dell’Europa è deflazione conclamata) non è altro che il risultato di un’ampliamento della base monetaria e di politiche di sostegno che hanno favorito la creazione e l’immissione nel sistema circa 10 mila miliardi di dollari di titoli di stato occidentali a rendimento negativo.
 

Un momento storico mai verificatosi prima

La schizofrenia di una situazione mai verificatasi nella storia, peggiora se si guarda, sempre in ambito bond, alla richiesta che arriva non solo dalle banche centrali come detto, ma anche da fondi pensione e compagnie assicuratrici focalizzate su asset con duration  particolarmente lunga e che, nel tempo, è stata vista aumentare: attualmente è intorno ai 7 anni ma questo impone anche una riflessione sulle conseguenze che si abbatteranno sul sistema nel momento in cui si dovrà, gioco forza, avviare la normalizzazione delle politiche monetarie.

A discapito dei mercati emergenti: in questo caso si parla di titoli di stato spesso visti con diffidenza dalle agenzie di rating, spaventate dalle incertezze politiche di ritorno, come ne caso del Messico e delle elezioni presidenziali Usa, le quali, a loro volta, hanno visto un ristorno inaspettato delle simpatie  per Donald Trump in seguito alla riapertura dell’inchiesta sulle mail a carico di Hillary Clinton.
A questo si aggiunga a prospettiva di un rialzo dei tassi di interesse da parte della Fed. Insomma una volatilità che si riflette dall’ambito della cronaca a quello della finanza internazionale. Tradotto in altri termini: volatilità.
Fonte: News Trend Online

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