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giovedì 13 ottobre 2016

Siamo sicuri che il problema dell'UE sia il referendum italiano?


"La Ue si accinge a discutere il prossimo bilancio ed è fondamentale che l'Italia sia promotrice di una posizione durissima nei confronti dei Paesi che hanno ricevuto molti denari dalla comune appartenenza, per rilanciare i loro territori, e in questa fase si stanno smarcando dai propri impegni sulla ricollocazione degli immigrati". E’ questo passaggio dell’intervento di ieri di Matteo Renzi, più che le scaramucce con l’opposizione e le battute sul Nobel a Renato Brunetta, ad aver guadagnato questa mattina al premier l’attenzione della stampa internazionale. 

L'attacco di Renzi

Nel suo discorso di fronte al Parlamento sul "frenetico immobilismo" dell'Europa, forse il più duro che abbia mai tenuto dall’arrivo a Palazzo Chigi sullo stato dell'UE, il premier non ha fatto nomi.

Ma nessuno ha fatto fatica a decifrare il poco velato riferimento a paesi come Ungheria e Polonia, e più in generale a tutta l’area del cosiddetto “gruppo di Visegrad” (oltre ai due citati, anche Slovacchia e Repubblica Ceca), rei di aver ripetutamente, e con toni al limiti della xenofobia, rigettato il piano di redistribuzione dei migranti.
Con la minaccia di ridiscutere in sede UE la ripartizione dei fondi comuni europei, una montagna da 1000 miliardi di euro di cui proprio alcuni di quei paesi, in primis la Polonia, sono i principali beneficiari.
Sono i fondi strutturali, le somme devolute alle regioni più svantaggiate e che assorbono la gran parte del budget europeo a lungo termine.

Il prossimo piano, che copre il periodo 2021-2027, sarà discusso da qui alla fine del 2017, e il riaccendersi delle polemiche sui migranti minaccia ora di creare nuove tensioni a est. 

Lo scontro sui migranti

L’Italia ha accolto circa 160mila dei 460mila richiedenti asilo che hanno raggiunto le nostre coste dal Nord Africa dal 2014.
Circa 40mila rifugiati avrebbero dovuto essere ricollocati pro-quota secondo il piano di accordo, ma fino a questo momento solo un numero irrilevante, appena 1300, si sono mossi fuori dal Paese.
E sono proprio i paesi dell'area orientale quelli nei quali più violentemente si è manifestato il rigetto di una politica di solidarietà sull'accoglienza.

I vertici di Ungheria e Polonia hanno esplicitamente invocato una modifica dei trattati Ue sul tema.
Ma il rifiuto si è manifestato anche nella base della popolazione Negli ultimi mesi, centinaia di migliaia di manifestanti, da Praga a Bratislava, hanno srotolato i loro cartelloni con tanto di invito ai migranti a tornarsene a casa. 
E il malcontento della base è stato prontamente raccolto dai leader.
Il caso più eclatante è quello ungherese. Il primo ministro Orban si era già riferito ai migranti come a un “veleno” che minaccia le radici dell’Europa cristiana, prima di indire il referendum che ha tenuto col fiato sospeso l'Europa ai primi di ottobre.

Il referendum ungherese

Non è assolutamente da far passare in secondo piano d'altronde il contesto dei numeri in cui è maturato l'esito del voto ungherese: il referendum non è passato perché solo il 42% degli elettori ha deciso di recarsi a votare.

Ma se si guarda alle cifre della consultazione, si scopre che una impressionante percentuale, il 98,24% di coloro che hanno inserito la scheda nell’urna, ha votato No.
Il che significa che, nella migliore delle ipotesi, la metà del paese più ricettiva rispetto ai temi e alla "sensibilità" europei se n’è stata rintanata in casa il giorno delle elezioni.
E in questo senso, anche il “non” voto ungherese rappresenta un segnale importante di quanto l’opinione pubblica filo-europeista sia in questo momento in posizione difensiva di fronte al montare dei rigurgiti nazionalisti.
Un’affluenza maggiore alle urne avrebbe probabilmente denunciato molto più palesemente il grado di rigetto che in alcuni paesi si sta manifestando nell'attuale fase verso tutto ciò che richiama lo spazio comune europeo: se un paio di migliaia di migranti (sugli oltre 160mila arrivati) fanno storcere il naso agli ungheresi, vuol dire che qualcosa di molto profondo - e di molto lontano dagli standard politici su cui si è costruito il progetto dell'integrazione - sta covando in Europa. 
Il caso ungherese infatti non è affatto isolato.

Al vertice di Bratislava del mese scorso, il primo ministro slovacco Robert Fico ha dichiarato senza mezzi termini che la discussione sulla ripartizione delle quote è “politicamente morta” (e ci sarebbe da chiedergli cosa sia mai quel “differente concetto di lotta all’immigrazione illegale” da lui auspicato senza ulteriori precisazioni, e a suo dire in grado di far superare ai paesi membri le divisioni sul tema). E di fronte alle pressioni europee, Slovacchia e Ungheria sono giunte fino al punto di minacciare ricorsi alla Corte di Giustizia europea. 

Cosa accadrà adesso

Quella di Matteo Renzi non è certo la prima reazione dura della politica europea alla riluttanza dell’area orientale a rispondere alla richiesta di solidarietà sul tema migranti.

Diverse voci si sono levate nei mesi scorsi per denunciare la strisciante deriva populista, quando non apertamente razzista (con tanto di riferimenti all' "omogeneità" dei popoli orientali), presa a est dal dibattito sulla migrazione, e indirettamente sul futuro e sulla “natura” dell’Europa. 
Il Ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn si è spinto fino a paventare la possibilità di escludere “temporaneamente o definitivamente” quei paesi accusati di non rispettare i valori fondamentali dell’Unione Europea. 
Ma la minaccia di Renzi arriva adesso in un contesto di nuove frizioni.

E mentre altri dossier decisivi proprio per l'area est vengono spinti dai leader di Francia, Germania e Italia. Uno su tutti, il tema della difesa comune. Delle ultime ore è la notizia che i tre paesi, insieme alla Spagna, hanno inviato un messaggio a Federica Mogherini dove si prospetta una nuova accelerazione sul tema della cooperazione in ambito militare.
Anche su questo fronte infatti i segnali che arrivano da est accendono qualche dubbio. Non si è ancora spenta l'eco del terremoto commerciale-diplomatico che ha visto scontrarsi duramente i francesi di Airbus (di cui anche la Germania possiede una quota significativa) e la Polonia, per l'annullamento di una commessa militare di 3,5 miliardi, parte di un ampio piano di rafforzamento dell'esercito polacco.

 
In molti hanno visto nell'accordo saltato una possibilità per Leonardo Finmeccanica di rientrare in corsa, ma l'unico dato certo per ora è che la Polonia, paese dell'Unione, ha già deciso di trasferire parte della commessa, senza alcuna nuova procedura di gara, agli americani di Lockheed Martin.
Questo, mentre dagli Stati Uniti piovono le dichiarazioni di contrarietà all'idea di un "esercito europeo". 
La diplomazia francese ha fatto gli stessi riferimenti di Renzi ai fondi europei come possibile strumento di ritorsione verso Varsavia. Per il momento, è comunque una nota positiva in generale il fatto che le parole di Renzi sulla rivitalizzazione dell'UE abbiano trovato sponde.

Ieri, il Presidente dell’Europarlamento Martin Schulz ha dichiarato di “comprendere” l’atteggiamento del Presidente del Consiglio e di condividere "la sensazione di una sorta di stagnazione in Europa”. Nell’occasione, Renzi ha anche incassato da Schulz il riconoscimento del fatto che "i tre paesi stiano guidando insieme l’Unione Europea”. 
Fonte: News Trend Online

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