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lunedì 10 ottobre 2016

Riparte l’inflazione Usa, ma c’è chi teme che sia stagflation


Altro che campagna elettorale al fulmicotone e dati del lavoro deludenti! Gli States potrebbero dover affrontare nei prossimi anni il peggiore dei pericoli, ovvero la cosiddetta “stagflazione”. Con questo brutto termine, ripreso dall’inglese “stagflation”, si intende una situazione di paralisi delle attività produttive accompagnata da una contemporanea crescita del tasso d'inflazione, con effetti destabilizzanti per l’occupazione.
Di tutti i rischi che l’economia vive, è questo il peggiore, poiché di fatto impossibile da gestire con le politiche monetarie. E l’effetto diventerebbe fatale per gli investitori, forse perfino di più della deflazione degli ultimi anni.

Cosa monitorare

Innanzi tutto l’inflazione statunitense.

Da inizio anno è sempre rimasta sotto l’1,2%, ma non dimentichiamo che all’avvio del 2015 registrava il segno meno, in altre parole era sotto lo zero. Un movimento al rialzo c’è stato, sebbene non ancora incisivo. Si osserva una specie di area di accumulazione, che potrebbe trovare una spinta decisiva nell’espansione degli acquisti nella fase natalizia.
E’ già successo fra fine 2015 e inizio 2016. Se si ripetesse il segnale andrebbe interpretato con attenzione. Intanto il tasso di crescita del Pil stenta a decollare: gli ultimi trimestri sono fiacchi, con i dati riferiti a manifatturiero, “utilities” e comparto agricolo in calo e con solo quelli relativi ai servizi in netta crescita.

L’effetto? Anche il Pil a prezzi costanti registra una minore crescita dalla metà del 2015 e potrebbe andare verso un appiattimento della curva. In sintesi: per ora non c’è alcun segnale di stagflazione, ma i timori che si presenti in futuro sono possibili, sebbene modesti.
Il rischio si proporrebbe se il costo della vita continuasse a salire nel tempo e superasse il livello del 3,5/4%, oggi inverosimile. 

Prepararsi o no? 

Domanda ardua: finora l’argomento stagflazione è caro agli economisti ma non trova né riscontro né interesse da parte del mondo finanziario, preoccupato degli effetti del secondo rialzo dei tassi.

L’ipotesi di prendere posizione sui Tips – i Treasuries legati all’inflazione – resta sempre valida, con il rischio però valutario, perché già solo i timori di “stagflation” non farebbero certo bene al dollaro. L’unica alternativa convincente resterebbe quella di oro e argento e di tutto quanto a loro collegato, ovvero azioni e obbligazioni del comparto estrattivo (quasi tutte espresse comunque nel biglietto verde!).
Se nei prossimi dodici mesi gli avvisi di un’inversione si concretizzassero sarebbe allora davvero il caso di vendere bond a tasso fisso in dollari, soprattutto delle scadenze lunghe, e riproteggersi solo in parte con tassi variabili, ricordando comunque che questi ultimi hanno una certa lentezza nell’incrementare i rendimenti rispetto all’andamento dell’inflazione.

Nella fase attuale sono discorsi teorici, ma la previsione di trend e pericoli futuri è un esercizio decisivo nella salvaguardia di qualunque patrimonio. Monitorare il quadro statunitense è quindi determinante per non trovarsi invischiati in fenomeni improvvisi di peggioramento del panorama generale dei mercati. 
Fonte: News Trend Online

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