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martedì 25 ottobre 2016

Quantitative easing, il bicchiere è pieno solo a metà

Mario Draghi ha confermato in toto il suo Quantitative easing (Qe).
Per la gioia dei mercati, ha fatto intendere che potrebbe continuare a comprare titoli anche dopo la scadenza naturale del marzo 2017.
A muso duro ha scandito che «i tassi negativi non minacciano il meccanismo di trasmissione della politica monetaria».
Ma le banche fanno pressioni perché abbandoni una politica monetaria accomodante e gli organismi internazionali già paventano all’orizzonte lo scoppio di nuove bolle.
Ecco quali effetti reali ha avuto il più grande intervento di politica monetaria mai registrato nella storia dell’Europa.

1. Il debito sovrano: si accorcia la distanza tra Bund e Btp

In estrema sintesi, il Quantitative easing prevede che la Banca centrale europea (Bce) rastrelli titoli di Stato sicuri (Bund tedeschi su tutti).
E tanto basta per far rivalutare (essendoci solo quelli) con una garanzia de facto gli altri emessi da Paesi meno stabili: i Bonos spagnoli o il debito sovrano a breve termine italiano.
L'ITALIA RISPARMIA 7-10 MLD. Grazie a Draghi, ma già dal famoso Whatever it takes pronunciato nel 2012 contro gli speculatori, l’Italia ha risparmiato sugli interessi passivi tra i 7 e 10 miliardi all’anno.
Per i nostri conti pubblici, un balsamo migliore di una manovra correttiva o di un’iniezione di flessibilità.
DIFFERENZIALE DI 140 PUNTI. Ma, in teoria, quest’operazione avrebbe dovuto anche riportare sotto la soglia di guardia gli spread tra realtà forti e realtà più povere.
In pratica, l’Italia ha ancora un differenziale di 140 punti base tra il Btp decennale e il corrispettivo tedesco.
Il nostro Paese, come la stessa penisola iberica, sconta i tempi lunghi delle riforme, l’instabilità politica e l’onda lunga della Brexit. E su questo Draghi può fare davvero poco.

2. L'euro: la moneta unica corre verso la parità col dollaro

Il maggiore successo di Draghi è stato quello di portare l’euro verso la parità col dollaro.
Con la caduta della nostra divisa che non si è arrestata neppure quando la Fed ha iniziato a rialzare i suoi tassi.
GLI INTERESSI DI BERLINO. Negli anni della crisi, complici gli interessi della Germania a tenere forte la moneta, l’euro valeva quasi il 50% in più del biglietto verde.
E tanto è bastato per tenere gli americani e i loro business lontani dalle nostre coste.
SALE IL SURPLUS DELL’EXPORT. Gli effetti sulle esportazioni si sono subito visti.
Ad agosto 2016 la bilancia commerciale dell’Eurozona ha registrato un surplus di 18,2 miliardi contro gli 11 di un anno prima.
Un risultato che vale doppio se si pensa che abbiamo dovuto fare i conti con una ripresa degli Usa più difficile del previsto e il rallentamento cinese.
Senza dimenticare che le aziende europee fatturano in dollari e sono molto lente nell’adeguare le politiche commerciali alle occasioni legate al cambio.

3. I tassi negativi: le banche tedesche sono in rivolta

Anche nella conferenza che ha seguito l’ultimo consiglio della Bce, Draghi ha ripetuto che «i tassi negativi funzionano». Non sono della stessa idea le banche tedesche.
Le prime a uscire allo scoperto furono, nel marzo scorso, le potenti Sparkassen, spiegando che la scelta dell’Eurotower di tagliare i rendimenti sui depositi avrebbe peggiorato anche la remunerazione per i clienti.
Ma soprattutto ventilarono l’ipotesi, dopo un report di Bernd Nolte di 4P Consulting, che due terzi del comparto sarebbe stato spazzato via.
UN MECCANISMO CONSOLIDATO. Dopo le casse di risparmio sono scese in campo le grandi banche e le assicurazioni del Paese.
Che hanno accusato Draghi di aver abbassato il rendimento dei titoli di Stato, come quelli italiani, con i quali infarcivano i fondi comuni e le polizze destinate alla clientela domestica.
Rompendo quindi un meccanismo di remunerazione consolidato e molto sicuro.
I MARGINI D’INTERMEDIAZIONE. Come ha scritto Wolfgang Munchau sulSole24Ore, queste realtà «devono garantire un tasso di rendimento minimo, che al momento è dell'1,25% annuo, e non è facile quando il rendimento dei buoni del Tesoro decennali tedeschi è appena dello 0,13%».
Più in generale, la politica monetaria accomodante ha fatto crollare i margini d’intermediazione in tutta Europa. Rendendo difficile, nonostante la grande liquidità, l’accesso al credito.
Una situazione che in Italia, per esempio, ha accelerato il processo di espulsione di almeno 50 mila lavoratori.

4. Il mercato immobiliare: stop alla corsa dei mutui

In Europa il mercato immobiliare - forse il principale untore nella grande crisi - ha registrato una prima, consistente ripresa del suo giro d’affari (+3,1%) soltanto nel 2015.
Anche se l’inversione di tendenza ha riguardato soprattutto le grandi città.
In quest’ottica il Qe potrebbe essere stato decisivo, con effetti chiaramente più visibili sui contratti a tasso variabile. Infatti, immettendo massa monetaria e abbassando il costo del denaro, Draghi ha contemporaneamente spinto le banche ad aumentare i finanziamenti alla clientela e ha congelato l’Euribor e l’Euris, con il primo saldamente in territorio negativo.
IL PESO DELLE SPESE FISSE. Con i tassi a zero non sono mancate situazioni in cui gli istituti hanno dovuto restituire soldi ai loro clienti.
Nella stragrande maggioranza dei casi i risparmi sulla rata, come dimostra l’aumento dello spread registrato dall’Abi sia ad agosto sia a settembre, sono stati invece assorbiti dalle spese fisse, visto che prestiti e affini diventano attività sempre meno remunerative per le banche.
BENVENUTA CONCORRENZA. Ma l’effetto Qe ha segnato i maggiori risultati sul versante della concorrenza: in Italia gli istituti hanno iniziato a offrire, per la stessa tipologia di mutui, condizioni e prezzi molto diversi tra loro.
Anche le surroghe sono diventate più convenienti.
Se non bastasse, tutta questa spirale negativa ha anche permesso - nei Paesi dove è presente - un maggiore ricorso alle detrazioni sugli interessi passivi. In Italia al 19%.

5. Il credit crunch: tanti sforzi, ma i prestiti sono meno del previsto

A margine dell’ultimo direttivo, Draghi ha voluto sottolineare che «non bisogna dare troppo peso al calo della domanda di prestiti in Italia e Spagna. Gli ultimi dati, che vanno in quella direzione, vengono dopo una lunga sequenza di dati positivi. Piuttosto che ai singoli Paesi, guardiamo al dato aggregato».
DOVE NON ARRIVA LA BCE. Già prima del Quantitative easing il presidente della Bce s’era inventato tanti strumenti - come i tassi negativi sui depositiovernight o le immissioni di liquidità a interessi zero - per spingere le banche ad aumentare gli impieghi verso famiglie e imprese, scalfendo il credit crunchnel quale l’Europa è entrata progressivamente dall’inizio della crisi.
Ma in questo caso il bilancio è in chiaroscuro.
E non per volontà di Draghi
COLPITE LE FAMIGLIE. La Banca dei regolamenti ha calcolato che, in un quadro mondiale negativo, l’Europa ha visto calare nel primo anno del Qe le disponibilità di credito di 267 miliardi.
Maggiormente colpite le famiglie (-5%).
Le peggiori performance si sono registrare nelle due principali economie (Francia e Germania). Mentre le erogazioni sono rimaste stabili nelle più deboli Italia, Portogallo e Grecia.
Dietro questi numeri c’è una ripresa più lenta del previsto, ma anche le difficoltà delle banche a garantire fondi all’economia reale, visto che i tassi negativi rendono meno remunerative queste attività: si “compra” il denaro allo 0,75%, lo si “vende” quando va bene all’1,50 con costi di lavorazione che crescono anno dopo anno.

6. L’inflazione: i prezzi non risalgono

Ai tedeschi che lo accusano ancora oggi di andare contro il suo mandato e di sostenere (surrettiziamente) con il Qe le economie più deboli, Draghi ha sempre ricordato che per statuto il compito principale della Bce è quello di garantire un livello fair di inflazione. Che non può scendere sotto il 2%.
E con la deflazione che si è via via manifestata alla fine del 2014, gli è stato facile giustificare un Quantitative easing da 80 miliardi al mese.
Ma su questo versante l’Eurotower ha fatto un buco nell’acqua.
DEBOLE ANCHE IN GERMANIA. Nell’ultimo anno, il livello medio dei prezzi nell’area dell’euro è cresciuto di appena lo 0,2%.
L’inflazione è debole anche nelle economie più grandi: +0,3% in Germania a livello annuo, +0,4% in Francia.
In Italia, invece, è in calo dello 0,1%.
UN TREND NEGATIVO. E le cose non sono destinate a migliorare se gli stessi analisti della Bce hanno ridotto le stime sull’inflazione per la fine dell’anno a un misero +0,2%.
Draghi ha spiegato che gli oltre 1.000 miliardi già spesi hanno aumentato il caro vita di almeno 14 punti base.
Ma ogni effetto positivo è stato cancellato dal crollo dell’energia.

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