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lunedì 3 ottobre 2016

Populismi in crescita


Più si avvicina il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre, più in Italia cresce l'incertezza. 
Come si sa i mercati sono totalmente avversi alle instabilità e lo manifestano aumentando la volatilità.
La grande novità del 2016 è data dal crescere dei populismi.
In Asia questo fenomeno è limitato, mentre negli Stati Uniti si sta sviluppando con lo scontro elettorale tra Hillary Clinton, espressione di continuità con il governo Obama, e Donald Trump, espressione antisistema con forti tendenze populiste di natura destroide.
Per ora il mercato americano dimostra molto "self control", cresce il nervosismo, ma tra un rialzo e un ribasso, prosegue il suo movimento laterale sui massimi storici.
Le dichiarazioni di Janet Jellen sono state poco chiare, ma hanno momentaneamente rinviato il problema tassi, come noi auspicavamo nei nostri precedenti articoli.

La Fed ha mantenuto la situazione invariata, in conseguenza del fatto che, se da un lato è cresciuta l'inflazione sino a rasentare il 2%, dall'altro si è rilevato un rallentamento degli utili aziendali e di conseguenza della crescita del Pil. 
A questo aggiungiamo il fatto che una variazione dei tassi a breve, a meno di due mesi dalle elezioni, sarebbe stata uno sgarbo troppo forte alla politica e quasi un voto a favore di uno dei candidati.
In Europa, invece, il populismo si rafforza e dilaga: lo si è visto con la Brexit e lo confermano le varie contestazioni nei Paesi del nord Europa e in Francia.

In Germania le votazioni comunali di Berlino hanno visto il calo di voti della Cdu (Unione cristiano-democratica di Germania), il partito di Angela Merkel, mentre la destra ha rafforzato fortemente il suo peso.
Forse, sia la Merkel che François Hollande non si sono ancora resi conto che per colpa e atteggiamento loro l'  Unione europea si sta frantumando.
Crescono sempre più le divisioni e gli interessi dei singoli Stati, ma quel che è grave è che, ai problemi pressanti di tutta l'Europa, vengono anteposti gli interessi personali dei singoli "leader" o dei loro partiti in vista di elezioni nazionali.
Si tergiversa sui negoziati, tant' è che il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è ora congelato e l'Europa si trova sull'orlo del baratro commerciale.
La tanto conclamata globalizzazione batte in ritirata. 
Oggi l'opinione comune coglie più gli aspetti negativi che i benefici e pertanto lo scontento crea incertezza che a sua volta genera l'opposizione che va ad alimentare le forze populiste xenofobe e antieuropeiste.
Nella riunione di Ventotene si era sperato nella rinascita di quello che fu lo spirito fondatore della Comunità economica europea, mettendo in evidenza le grandi sfide che i ventisette Stati dell'Ue dovrebbero affrontare: dalla crisi dei migranti alla politica economica, agli accordi necessari per il dopo Brexit.

Questa incoerenza, questi vuoti, questo parlare senza mai decidere nulla, in attesa che le urne traccino il loro verdetto, è deleterio a 360 gradi, ma sopratutto nei confronti dei mercati che, prima o poi, si scateneranno in preda al panico con una valanga di realizzi. 
Che peccato tutta questa incertezza politica, proprio ora che il mercato stava iniziando a dare i segnali di una, seppur debole, ripresa.
Sul fronte manifatturiero riscontriamo evidenti segnali di leggera crescita con l'indice Pmi (Purchasing Managers Index) che è salito da 51,7 a 52,6 punti.

Purtroppo, questo non basta. Servono un contesto propositivo, una semplificazione delle procedure, degli stimoli fiscali e sopratutto degli investimenti. Ormai è evidente che lo stimolo monetario non è più sufficiente: le banche centrali stanno esaurendo la forza della loro "medicina" e tra non molto potremmo scoprire che vi è il rischio che questa cura si trasformi in veleno per le nostre economie.
Infatti, se l'enorme massa di liquidità che le banche centrali hanno pompato nel sistema non circola, non va verso la produzione e verso i consumi diventa veleno perché droga i mercati.
Ormai nel mondo il 65% delle emissioni obbligazionarie è a tassi negativi. Come sopravviverà il sistema bancario? Come potrà fare utili e crescere se non vi è più marginalità?
Chi governa forse non sa, o fa finta di non sapere, che i tassi negativi hanno effetti deprimenti sui bilanci degli istituti di credito.

Se le banche di piccole e medie dimensioni vanno verso l'inconsistenza patrimoniale, come possono finanziare il sistema produttivo visto che loro stesse sono in zona insolvenza?
Il Giappone ha capito che è ora di cambiare e sta spostando i termini della sua manovra dalla quantità di denaro (yen stampati per capirci) al controllo della curva dei rendimenti. 
Ma se così è, attenti a voi, obbligazionisti, perché si sta avvicinando l'ora della verità.

Se i tassi invertono la curva, le basi dei titoli in circolazione crollano e più vi saranno risparmiatori attenti a monetizzare, più il mercato si intaserà e precipiterà verso il basso perché carico di offerta e vuoto di domanda. Noi non ci stancheremo mai di far presente ciò, perché questo mondo alla rovescia non può continuare all'infinito premiando l'azzardo morale, invece dei veri investitori di lungo periodo.
Cosa si può fare, allora, in questa palude piena di insidie?
Secondo il nostro parere non esiste un' area geografica, un comparto o un "asset class" che rappresenti, come un tempo, il rischio zero o il bene rifugio.

Il comparto immobiliare è ingessato da un eccesso di offerta e da dati demografici in crescita negativa. L' oro, bene rifugio per eccellenza, è già salito e d'ora in poi il suo prezzo dipenderà dai tassi. Il petrolio e l'energia in genere hanno aumentato la propria instabilità e, di conseguenza, la volatilità per via della discontinuità tra domanda e offerta a causa dei problemi geopolitici.
Le materie prime subiscono il calo della domanda globale da un lato e della caduta della capacità di offerta dall'altro: il tutto a causa del mancato reinvestimento nelle miniere e nei mezzi di produzione. Le "asset class" obbligazionarie non sono più in grado di garantire nel tempo rendimenti visto il crollo dei tassi.

L'azionario si muove a singhiozzo, spinto più dalle aspettative di natura psicologica che dai fondamentali.
Non vi è soluzione: bisogna rassegnarsi ad aumentare la propria predisposizione al rischio comprando meno obbligazioni e più azioni o fondi azionari perché questi sono espressione di valori reali.
E' fondamentale suddividere il rischio/rendimento sulle varie "asset class" in modo da creare un insieme che rispetti nel tempo una volatilità personalizzata.

La volatilità del proprio portafoglio, infatti, la si può controllare creando una grande e sistematica diversificazione a livello globale pensando alle proprie esigenze personali.
Cosa potrà sorprenderci nei prossimi mesi?
Due possibili scenari: uno positivo e uno negativo, ricordando che i mercati scontano in anticipo le previsioni statistiche o i risultati più possibilisti.
Anzitutto, se in Italia, dopo la lunga campagna elettorale tra il "si" e il "no" al referendum e dopo che tutti i vari politici e sondaggisti danno per scontato la vittoria al "no", vincesse il "si", si scateneranno le ricoperture e si riverserà una montagna di liquidità sul nostro mercato e sull'Europa, unica area geografica fortemente sottovalutata a causa della banche sotto assedio.
Negativamente parlando, invece, se dallo scontro elettorale americano, dopo una risalita dei sondaggi a favore dell' esponente democratica Hillary Clinton, vincesse il repubblicano Donald Trump, sarebbe un vero disastro che provocherebbe all'America un crollo dei mercati.
A voi il compito di scegliere quale delle due ipotesi può piacere di più e su quella scommettere con una parte del proprio portafoglio.
Fonte: News Trend Online

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