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venerdì 21 ottobre 2016

Opec e Russia: un complesso gioco di equilibri


Il prezzo del greggio ha di recente reagito in maniera positiva a due importanti eventi. Anzitutto, la proposta dell’OPEC di ridurre l’offerta ha spinto il petrolio al disopra dei 50USD al barile. In secondo luogo, anche laRussia ha contribuito a eventuali tagli della produzione poiché il Presidente Vladimir Putin ha dichiarato durante una conferenza stampa in Turchia che “la Russia è pronta ad adottare a sua volta misure concertate che pongano un tetto alla produzione e invita gli altri Paesi esportatori ad aderire a loro volta”.
Tuttavia, come sottolineato da diversi commentatori, in entrambi i casi la strada è ancora lunga prima che queste affermazioni si trasformino in iniziative concrete. Riguardo all’OPEC, il momento per prendere in esame la possibilità di un accordo arriverà a fine novembre; mentre la Russia, pur non essendo vincolata a tempistiche specifiche, incide sempre considerevolmente sugli equilibri dell’offerta mondiale.
Negli ultimi dieci anni, la produzione petrolifera russa è aumentata a un ritmo ragionevolmente stabile, salendo da un minimo di 9,65mln di barili al giorno (b/d) alla fine del 2006 per arrivare di recente ad un picco di 10,9mln b/d alla fine del mese di marzo di quest’anno. Anche se la Russia è uno dei principali Paesi produttori di greggio è comunque importante considerarne le esportazioni in termini percentuali rispetto alla produzione nazionale. Dopo aver raggiunto una media di quasi il 50% nei sei anni fino al 2012, le esportazioni, in percentuale sulla produzione, hanno toccato un minimo del 38,5% nel febbraio 2014. Da allora hanno continuato a salire e, nel giugno 2016, sono ritornate ad attestarsi sulla media di lungo periodo pari al 49,5%.
Forse il fattore più importante da considerare è che le esportazioni russe hanno aggiunto all’offerta complessiva sul mercato dell’oro nero circa 1,3mln b/d. Un aspetto interessante se si considerano le ultime affermazioni dell’OPEC intese a ridurre la produzione dal recente picco del settembre 2016, in cui sono stati raggiunti i 33,6mln b/d, portandola tra i 32,5 e i 33mln b/d. In sostanza, l’OPEC sta indicando un taglio pari al massimo a 1mln b/d, tutto sommato meno del numero di barili aggiunto dalla Russia nel corso degli ultimi due anni e mezzo.
Ovviamente, la capacità della Russia d’incidere sull’eccesso di offerta globale rappresenta una determinante dei prezzi di grande rilievo. Se si considera la produzione petrolifera russa rispetto a quella dell’Arabia Saudita, si osserverà la presenza di un trend stabilmente in rialzo. Di recente, la produzione russa è schizzata al picco degli ultimi dieci anni, superando a settembre gli 11,1mln b/d. Per contro, la produzione saudita, anche se in aumento negli ultimi due anni, ha seguito un andamento più volatile. Ciò storicamente indica la volontà dell’Arabia Saudita di assumere un ruolo chiave all’interno dell’OPEC, diventando l’ago della bilancia per ciò che concerne l’impatto sui prezzi. Dipende inoltre dal fatto che il Paese rappresenta più del 31% dell’output totale dell’OPEC. 
Per quanto l’impatto della Russia sull’offerta del petrolio – e dunque la stabilità dei prezzi – costituirà un fattore importante nei prossimi mesi, è necessario prendere in considerazione anche altri aspetti. Diverse nazioni dell’OPEC hanno assunto un ruolo sempre più di spicco sul versante dell’offerta petrolifera durante l’ultimo anno: l’Iran ad esempio è riuscito a incrementare la produzione, salita a quasi il 30%, passando da 2,8mln b/d ad oltre 3,6mln b/d. L’aumento dell’output iraniano rappresenta un elemento essenziale della riabilitazione del Paese agli occhi del mercato petrolifero internazionale e riflette un allentamento delle sanzioni. La produzione iraniana si attesta oggi del solo 11% al disotto delle punte degli ultimi quindici anni e le limitate capacità produttive indicano che difficilmente tornerà a toccare quei picchi nel breve periodo. Altri importanti produttori appartenenti all’OPEC che potrebbero influenzare i prossimi negoziati includono l’Iraq, attualmente a livelli dioutput record, in rialzo di quasi il 7% rispetto all’anno scorso. Inoltre, l’interruzione delle forniture in Nigeria ha ridotto la produzione di oltre il 24% durante l’anno scorso, un decremento di quasi 0,5mln b/d, mentre l’output complessivo del Paese è di circa il 40% al sotto del picco.
La volatilità dei prezzi del greggio, che ha quasi raggiunto quota 75% nel febbraio di quest’anno, ha contribuito a creare opportunità di trading e turnover nei prodotti ETC short e leverage che replicano il prezzo del petrolio. A maggio e giugno di quest’anno, il turnover degli ETC sui listini era prossimo agli 1,5mldUSD nonostante la volatilità del prezzo del petrolio si attestasse significativamente al di sotto tra il 30 e il 40%. Ultimamente c’è stata una ripresa della volatilità che ha superato il 45% e il turnover è salito ad oltre 1,1mldUSD. Anche nei periodi di minore volatilità appare evidente come gli investitori cerchino di posizionarsi per trarre vantaggio da possibili movimenti delle quotazioni dell’oro nero.
Nonostante la stabilizzazione del prezzo del petrolio tra i 40 e i 50 dollari, nel paio di mesi successivi alla prossima riunione formale dell’OPEC aumenteranno le probabilità di volatilità dei prezzi. Anche se l’OPEC ha dichiarato l’intenzione di ridurre l’output bisogna tenere conto delle complesse dinamiche sia all’interno dell’Organizzazione che con importanti produttori non-OPEC come la Russia. In linea di massima, nell’ottica della stabilità finanziaria e macro-economica, la maggioranza delle parti coinvolte è allineata nel voler creare un contesto di stabilità per i prezzi del petrolio.

Articolo a cura di Viktor Nossek, Direttore della Ricerca di WisdomTree Europe


Fonte: www.finanzaoperativa.com

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