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martedì 18 ottobre 2016

Non è un paese per Deutsche Bank: l’addio dei tedeschi agli USA


Quella del futuro di Deutsche Bank è certamente una storia ancora da scrivere: con molte opzioni sul tavolo, un AD, John Cryan, deciso a valutare tutte le conseguenze prima di agire e un'unica certezza: ci vorranno sacrifici dolorosi per mettere capo alla crisi – di bilancio, d’identità e di fiducia - che ha fatto precipitare la più grande banca tedesca dall’empireo delle banche d’investimento globali all’abisso di un quasi fallimento. 
I problemi della più grande banca tedesca vengono da lontano.

Dalla febbre degli anni novanta e dalla montagna di derivati che ne hanno ingolfato i bilanci. Ma lo spartiacque che ha imposto un’accelerazione alla caduta è quella multa da 14 miliardi che il colosso tedesco si è visto piombare addosso a metà settembre per chiudere la partita dei titoli tossici del 2008.
Da allora, è stato un continuo rincorrersi di ipotesi e voci le più disparate.

Tutte le opzioni sul tavolo

Sulle prime, era arrivata l’idea di un intervento statale, sul quale il governo tedesco ha giocato due partite parallele. Una visibile, quella delle secche smentite e dei no categorici a ogni idea di bail out, e un’altra sotterranea, fatta di mezze voci lasciate trapelare ai giornali su piani allo studio di vario genere.
In un secondo momento si è fatta la strada di un intervento del sistema industriale tedesco, che gioca tra l’altro un ruolo di primo piano nella alle origini della mutazione genetica che ha fatto di DB un player globale. 
Tra i progetti, anche quelle più dolorosi.

A partire dall’ipotesi di una dismissione degli asset del gruppo nel ramo del risparmio gestito, che avrebbe messo John Cryan su un sentiero familiare agli italiani, da mesi alle prese con le vicende del piano di risanamento di Unicredit.  
Il tutto parallelamente a un percorso di profonda ristrutturazione della banca con un ampio piano di tagli di posti di lavoro.
Fino a ieri il quotidiano Handelsblatt forniva dettagli su piani della banca che coinvolgono anche l'Italia. A fare le spese del percorso di snellimento delle attività estere per far fronte alle necessità di capitale potrebbe essere anche l'attività bancaria commerciale in Italia e in Spagna.
Adesso, tuttavia, prende sempre più corpo una nuova idea.

Cui darebbe consistenza l’indiscrezione secondo cui proprio nei colloqui negoziali con le autorità americane se ne sarebbe discusso: quella di ridurre la presenza di DB negli Stati Uniti, abbandonando, o perlomeno riducendo drasticamente il ruolo dei tedeschi nel business dell’investment banking, che è l’origine delle fortune globali, ma anche delle disgrazie della banca tedesca. 

L’addio al bankment investing

E’ stato il quotidiano Die Welt Am Sonntag a diffondere la notizia nel fine settimana: Deutsche Bank potrebbe essere costretto a ridurre le proprie attività su suolo americano, come parte di un accordo con il dipartimento di Giustizia americano per una decurtazione della sanzione di 14 miliardi imposta a settembre.
L’agenzia Bloomberg riporta le dichiarazioni di alcuni funzionari vicini al governo di Angela Merkel che non vedono negativamente un compromesso di questo genere. E che sarebbe d’altra parte in linea con gli obiettivi strategici indicati dai regolatori tedeschi all’indomani della tempesta finanziaria del 2008.
“Dallo scoppio della crisi” dichiara Antjie Tillmann, parlamentare tedesco della CDU e membro della Commissione Finanza del Bundestag, “il nostro obiettivo è stato quello di ridurre l’esposizione al rischio nei bilanci delle banche.” Non ci sono dunque paletti, aggiunge, e “misure a sostegno di questo obiettivo, che non portino danno alle esportazioni tedesche, dovrebbero essere apertamente discusse".

Il minore dei mali?



Ma in questo caso il prezzo che la banca dovrà pagare è alto.

Il mercato Usa vale per Deutsche Bank da solo circa il 20% dei suoi ricavi globali. E il 55% dei ricavi di DB derivano oggi dalla divisione Securities e dal suo ruolo di grande banca d’investimento. Quel business che ha permesso alla banca tedesca di essere l’unico concorrente straniero dei vari Jp Morgan, Goldman Sachs, Citigroup, Merrill Lynch. 
“Con questa soluzione Deutsche Bank smetterebbe di essere un attore globale nell’Investment Banking” avverte Thomas Mayer, fino al 2012 Capo Economista di Deutsche Bank.
E dalle pagine di Bloomberg Gadfly Lionel Laurent mostra grafici che indicano chiaramente come uscire dal banking investment americano significa praticamente, per le dimensioni di quel mercato, uscirne tout court.

Oltre che perdere prestigio e i profitti di un business redditizio.
D'altra parte, le alternative non sembrano migliori. Certamente non quella di privarsi dell’asset management, che offre una preziosa diversificazione.

La strategia degli anni novanta

Se davvero l’AD John Cryan dovesse comunque optare per un ritiro in buon ordine dal suo business oltreoceano, sarebbe una inversione a U destinata a cambiare profondamente la natura della più grande banca tedesca. 
L’ampliamento della presenza nell’area Investment Banking, ricorda oggi il Tagesspiel, risale per Deutsche Bank agli anni novanta e fu una scelta programmata.

All’inizio, fu la volontà della grande industria tedesca a guidare la trasformazione: i giganti del DAX cercavano sostegno per agire sui mercati globali.
Detusche Bank comprò la necesarie competenze. Acquistate passo dopo passo a partire dall’acquisizione nel 1992 dei britannici di Morgan Grenfell.
Una strategia che per molto tempo ha dato l’impressione di essere vincente.
Almento fino al brutto risveglio del 2008. Prima di allora, lo sbarco tra i big della finanza mondiale ha fatto schizzare i profitti di DB fino a proiettarla nella top five della classifica di Coalition: la società di analisi londinese che si occupa si monitorare le attività delle principali banche d’investimento a livello mondiale.

Un mondo sempre più complicato 

D’altra parte, competere con le banche americane diventa per il colosso tedesco sempre più difficile. 
Gli istituti d’oltreoceano hanno bilanci più solidi e maggiore profittabilità della concorrenza europea.

Dalle stime della World Bank, il rapporto capital-to-assets è dell’’11,8% negli Usa, contro il 7,6% delle europee.
A questo, aggiunge Laurent, sono da aggiungere le nuove richieste dei regolatori federali, che hanno imposto negli ultimi anni parametri più stretti e requisiti di capitale per le grandi banche globali che operano anche su suolo americano.
Miliardi di dollari per adeguarsi alle richieste. I bilanci della divisione Mercati di DB sono precipitati da 250 miliardi a 150 miliardi di dollari tra il 2011 e il 2015, secondo dati di Bernstein.
“Provare a competere tra i pesi massimi negli Stati Uniti potrebbe essere un sforzo eccessivo nel nuovo mondo uscito dalla.

Certo, di un ritiro dal mercato usa significa lasciare incustodito un tesoro di cui i big americane si fioderebero. Ma da più parti si fa notare che rispetto ad altre ipotesi, questo sarebbe il minore dei mali. 

C'è anche l'ipotesi di una fusione?

Un progetto che significherebbe probabilmente per DB, aggiunge ancora Mayer, trasformarsi in una cosiddetta banca “boutique”: ossia limitare i margini di azione come banca d'investimento e continuare ad accompagnare le industrie tedesche in Europa e in Asia, lasciando il mercato statunitense e i clienti non tedeschi alla concorrenza. 
In alternativa, l'istituto potrebbe, con la cessione delle attività americane prepararsi a una fusione con una banca americana.

"E’ uno scenario duro," precisa Mayer, "ma non inverosimile". Già Joseph Ackermann aveva, come CEO DI DB, filrtato con Citigroup per una fusione. Una fusione con un’altra banca europea Mayer la considera inverosimile. Così come un matrimonio interno con Commerzbank: “Da due debolezze non viene fuori una forza”.



Fonte: News Trend Online

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