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martedì 11 ottobre 2016

Il vero costo (anche sociale) della Brexit: 73 miliardi di euro


Le dichiarazioni del premier britannico Theresa May sull’intenzione di dare il via alla Brexit dal marzo del 2017 hanno creato il caos sulla moneta inglese in calo ancora oggi contro il dollaro (1,2290); proprio verso il biglietto verde la sterlina ha aggiornato i suoi minimi storici trentennali.

Sterlina, dollaro ed euro

Una debolezza che potrebbe portare anche a un rapporto sul dollaro di 1,2 e che nasce dai sospetti di una Brexit che costerà al fisco inglese circa 66 miliardi  di sterline ogni anno pari a 73 miliardi di euro.  Pochi sembrano essere i punti di forza di una sterlina deprezzata visto che, a differenza dell’euro, la moneta non rappresenta una nazione particolarmente esposta sull’export ma, al massimo, potrà giovare le blue chip del Ftse 100 che vedono gran parte dei propri introiti provenire da un orizzonte internazionale.

Il che spiegherebbe il salto del 13% da inizio anno dell’indice inglese. in un mercato particolarmente correlato come quello delle valute non bisogna dimenticare anche l’incognita Fed che sta pericolosamente avvicinandosi alla deadline di dicembre, termine ultimo entro il quale la maggior parte degli esperti immagina l’annuncio della prossima stretta sul costo del dollaro.
Una mossa che, anche per questioni di credibilità internazionale, non può più essere procrastinata e che si abbatterà sul pound.
Ma nella partita tra vantaggi e svantaggi di un’uscita del Regno Unito dall’Unione c’è chi ricorda (il Times ad esempio) che il Pil dell’isola potrebbe scivolare di 9 punti percentuali.

 

La paura delle banche 

Intanto partono i primi addii a Londra da parte delle banche.  Il colosso russo Vtb ha fatto sapere che sposterà la sua sede in Europa temendo le nuove regole che arriveranno una volta conclusisi i lunghi colloqui per pianificare il divorzio.
L’incognita farà propendere la società per lidi più tranquilli che verranno resi noti a fine anno. Qualora il trend fosse rafforzato e il settore finanziario, punta di lancia dell’economia inglese, si trasferisse in massa altrove, oltre al resto dei problemi si abbatterebbe anche la scure della disoccupazione: 71mila posti di lavoro sarebbero a rischio.

Per far capire il clima di incertezza e di tensione presenti, basti pensare che nei giorni scorsi erano addirittura circolate sia l’ipotesi d una sorta di lista di proscrizione in cui le aziende avrebbero dovuto indicare i nomi dei lavoratori stranieri, sia l’intenzione di filtrare le entrate dei lavoratori stessi in base, oltre che della nazione, anche delle capacità.
In altre parole il divieto di affidare a un lavoratore straniero un incarico che un inglese avrebbe potuto fare. Ipotesi tutte smentite ma che hanno avuto la conseguenza di infiammare la situazione e le prospettive circa l’andamento del lungo e tortuoso iter che Londra e tutta l’Europa dovranno affrontare. 

May e Tory: populismo in arrivo?

Nell’ultimo congresso tory, durante il quale la May ha espresso le sue intenzioni di controllo anche sulla libera circolazione delle persone (ma non delle merci) tutto il partito ha abbracciato la sua retorica antimmigrazione che presto potrebbe includere anche gli studenti: ciò che spaventa, al di là delle intenzioni, è il fatto che il 59 per cento dei britannici appoggia la volontà di chiudere le porte (fonte YouGov).

Dunque l’elemento politico sempre più in primo piano e intenzionato a modellare la società britannica anche a costo di andare oltre i paletti tipici dei Tory. Infatti la May ha annunciato la sua intenzione di aumentare la spesa pubblica, implementare i diritti dei lavoratori scagliandosi contro le elite metropolitane.
La paura dell’arrivo del populismo a Londra prende piede.  
Fonte: News Trend Online

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