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lunedì 3 ottobre 2016

Il Dax non ha paura della crisi Deutsche. Perchè?


Il fantasma della Germania aleggia sull'Europa. La crisi Deutsche Bank ha messo in risalto le fragilità di un sistema bancario che in tutto il Vecchio Continente è nevralgico per la struttura dell'economia essendo appunto le banche il punto di snodo del credito.

Il paradosso tedesco

Ma il paradosso sta nel fatto che la tempesta Deutsche impatta molto relativamente sulla borsa tedesca.
Il motivo? Semplicemente perché il peso della presenza del colosso teutonico sul Dax è minimo: non va oltre il 2%, una soglia che, se sommata a quella dell'altro grande malato, Commerzbank resta comunque inferiore all'oltre 24% del Ftse Mib che più di una volta ha dovuto scontare il fatto di essere bancocentrico.

Anche per questo motivo dagli esperti di Kepler Cheuvreux arriva un pronostico che, apparentemente, poteva prendere di sorpresa: il Dax è destinato a salire. Anche qui, per rispondere, è necessario considerare la composizione del listino di riferimento: a padroneggiare la scena sono le grandi industrie quotate, le stesse che, invece, hanno un mercato internazionale e che non temono gli alti e bassi dell'economia europea così come, invece, apprezzano il rialzo della domanda estera e possono perciò godere del surplus della bilancia commerciale tedesca, a sua volta aspramente criticata dall'Europa.

Per questo motivo arrivano le prime analisi che parlano di titoli specifici come Henkel oppure Adidas, aiutata dall'onda delle Olimpiadi, così come Bayer a sua volta ben vista per l'operazione Monsanto, operazione che, stando ad alcuni report di BofA, potrebbe avere effetto positivo sul fronte del M&A, incrementandolo.
A dimostrarlo, i numeri, quelli della società che produce abbigliamento sportivo hanno registrato un +71,84% dall'inizio dell'anno mentre da Henkel arriva un +17,25%.

I due elementi di sfiducia

Quello che invece potrebbe preoccupare di più sono due elementi: la destabilizzazione politica che si sta verificando e che potrebbe inasprirsi già dall'anno prossimo con le elezioni nazionali tedesche e l'avanzata delle correnti populiste capeggiate da Alternativa per la Germania, ma anche la dimostrazione sempre più evidente di un modello economico tedesco caratterizzato dalla presenza di un ingombrante surplus della bilancia commerciale.

Un capitale che è aumentato anche con i flussi di investimento derivanti dall'interno dell'Europa stessa visto il ruolo che la Germania ha rivestito in questi anni, cioè quello di un porto sicuro nella tempesta. Tutto questo impone una spesa e una serie di investimenti i quali, a loro volta, impongono la necessità di ritorni che, con il trend degli interessi al ribasso, porta a scegliere orizzonti sempre più lontani e rischi potenzialmente sempre più alti.

Un esempio? Proprio i titoli tossici che hanno portato alla multa di 14 miliardi di dollari inflitta dalle autorità statunitensi e che hanno aperto la ferita di una serie di fragilità dell'intero sistema, ferite tenute nascoste da aiuti di stato per 250 miliardi.

La fiducia prima di tutto

Tornando alla Deutsche Bank è innegabile, a prescindere dalle considerazioni dei suoi vertici che continuano a rassicurare, che l'istituto sia uno dei tanti too big to fail.

Le banche, e non solo quelle tedesche, vivono molto sulla forza della reputazione ancora prima che su quella dei conti (non per niente il possibile crollo di Lehaman venne nascosto grazie ai report positivi delle grandi banche d'affari); la stessa Deutsche ha visto scendere le sue azioni al di sotto dei 10 euro di valore, toccando i minimi storici, per poi guadagnare qualcosina quando hanno iniziato a diffondersi voci sul fatto che la sanzione statunitense sarebbe stata addolcita a 5,4 miliardi invece di 14.

Si tratta, per quanto riguarda Deutsche, di un istituti che vive, come tutto il comparto tedesco, anche grazie al “fattore Germania” sempre più spesso sinonimo (a questo punto ampiamente usurpato) di sicurezza.
Per quanto sia difficile una crisi della Deutsche in stile Lehman, resta il fatto che alla base c'è una volontà di Berlino che, al di là delle doppie logiche rigoristiche, valide per tutti tranne che per la Germania stessa, ha portato a elaborare un modella di bail in ad ampio raggio, il cosidetto broad bail in: un atteggiamento più maturo e meno azzardato, invece, avrebbe suggerito un approccio graduale, soprattutto in considerazione non solo del fatto che l'Europa e le banche sono in fase di transizione ma anche che l'intero settore sta uscendo, o per lo meno tenta di farlo, dalla peggiore crisi economia della storia che ha il suo fulcro proprio nelle banche.

Per questo motivo invece di intervenire su tutte le possibili passività dell'istituto salvaguardando solo i conti correnti al di sotto dei 100mila euro (garantiti dalla Bce) sarebbe stato meglio invece scadenzare non solo tempistiche più lunghe ma anche segmentare meglio gli asset che sarebbero poi stati chiamati in causa per un'eventuale ristrutturazione. 
Fonte: News Trend Online

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