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venerdì 21 ottobre 2016

Fra cinque anni. Domande scomode sul futuro prossimo

Arthur Clarke e Isaac Asimov fecero tra gli anni Cinquanta e Ottanta previsioni straordinariamente lucide sul mezzo secolo successivo. Il loro oggetto di indagine era però limitato alla scienza e alla tecnologia, due campi in cui sono solitamente aperti ampi programmi di ricerca, grandi cantieri che procedono seguendo un progetto. Lungo la strada si possono naturalmente incontrare ostacoli imprevisti o, al contrario, fortunate serendipità (quando si cerca una cosa e se ne trova per caso un’altra ancora più interessante) ma le linee guida sono comunque tracciate e visibili.
Nessuno è invece mai riuscito a prevedere correttamente gli sviluppi storici, economici e politici non solo sul mezzo secolo successivo, ma anche solo a vent’anni. Secondo Keynes, il più riverito fra gli economisti, noi del XXI secolo dovremmo vivere già da tempo lavorando quattro ore e dedicando il resto della giornata a scrivere poesie e ad ascoltare o comporre sinfonie. Non sta andando così, almeno per il momento. E d’altra parte nel 1996, in pieno clintonismo trionfante tra crescita e globalismo, nessuno avrebbe potuto formulare l’ipotesi di un’altra Clinton, vent’anni dopo, candidata a governare la deglobalizzazione e la semistagnazione.
Se dunque vent’anni sono al di là del possibile, in un orizzonte più modesto, diciamo cinque anni, qualcosa si può provare a intravedere. Oggi i mercati, grazie alle banche centrali, vivono in una realtà alternativa come l’umanità di Matrix. L’unica ansia è quella di continuare a ricevere la razione quotidiana di oppiacei per potere tornare in uno stato di torpore. Le preoccupazioni per la crescita, gli utili, il debito sono uscite dall’orizzonte mentale e nessuno si dedica più a pensare al futuro, perché con i tassi a zero il tempo non ha più valore e si trasforma in un eterno presente. Alla lunga, però, i sogni svaniscono, mentre la realtà non svanisce mai.
E come saranno le variabili reali fra cinque anni? Proviamo a rispondere a un questionario.
  1. Fra cinque anni ci sarà nel mondo più debito o meno debito? Ce ne sarà sicuramente di più. I disavanzi pubblici sono destinati a crescere. In America il Congressional Budget Office calcola che, a legislazione vigente, il disavanzo raddoppierà da qui al 2020 e triplicherà da qui al 2025. La legislazione verrà però resa certamente ancora più espansiva, con più spese per infrastrutture e più spese militari. I privati continueranno a ridurre molto lentamente il loro indebitamento, ma le imprese continueranno ad aumentarlo. Anche in Europa e in Asia il debito continuerà a crescere.
  2. Fra cinque anni ci sarà più o meno crescita? Probabilmente la stessa di oggi. Non essendo in vista riforme strutturali e spirando ancora il vento a favore di una sempre maggiore regolazione dell’economia è difficile scorgere motori di crescita ulteriore. Per mantenere il livello attuale sarà tuttavia necessario ricorrere alla spesa pubblica ed è difficile pensare che per questa via si riesca a risollevare la produttività, oggi ai minimi di crescita dell’ultimo mezzo secolo.
  3. Fra cinque anni ci sarà più o meno inflazione? Ce ne sarà di più se le politiche monetarie e fiscali avranno avuto successo (in questo caso tutti i bond soffriranno). Ce ne sarà di meno se avremo attraversato una nuova recessione, anche solo superficiale (in questo caso soffriranno i crediti e l’azionario, ma non i bond di alta qualità).
Fra cinque anni i margini di profitto saranno più alti o più bassi? Molto probabilmente più bassi, anche se di poco, per effetto di una maggiore pressione salariale in un contesto di bassa produttività. Se il vento protezionista si rafforzerà potremo vedere casi di miglioramento dei margini nei produttori che verranno messi al riparo dalla concorrenza, ma il gioco sarà, nel complesso, a somma negativa. Fra cinque anni ci sarà più o meno stabilità politica? Impossibile dirlo, ma non si può non osservare che la bassa crescita erode progressivamente il consenso. Questa erosione si può tradurre o nel prevalere di forze antisistema o, nel caso queste non siano credibili, in un senso di estraneità crescente verso le istituzioni. Il rimedio proposto da una parte delle elites è di redistribuire ricchezza e reddito attraverso la tassazione. L’esperienza più recente in questo senso, quella del Brasile sotto la Rousseff, non è finita bene. Fra cinque anni ci sarà più o meno Europa? Al momento tutto è congelato e così resterà fino al prodursi di qualche fatto nuovo. Il fatto nuovo non sarà il referendum italiano e non lo saranno nemmeno le elezioni dell’anno prossimo in Germania e in Francia. La novità, nel caso, sarà la prossima recessione. È lì che si dovrà decidere sul serio se andare avanti o salutarsi.
Può darsi che il corso dei prossimi cinque anni sia molto diverso da quello che abbiamo tentato di disegnare. Per un conflitto locale, la Siria, abbiamo assistito nel giro di poche settimane a un’escalation che ha portato alcuni a ipotizzare perfino una guerra nucleare. I nervi sono fragili e la seconda guerra fredda non dispone ancora delle regole minuziose di cui si era dotata la prima. Può darsi anche, perché no, che le cose vadano molto meglio di come le abbiamo immaginate.
Quello che è certo è che i mercati non prezzano il mondo a cinque anni che si può immaginare oggi con la limitata visibilità di cui disponiamo. Certo, un prolungarsi delle politiche eccezionalmente espansive potrebbe gonfiare ancora i multipli azionari e regalare un’altra vita ai bond, ma allontanerebbe ancora tra loro il mondo reale e il mondo virtuale.
Il ricongiungimento tra reale e virtuale, inevitabile, può avvenire o con un sorprendente miglioramento del reale o con uno sgonfiamento del virtuale. Nei prossimi due anni non vediamo crolli del virtuale, ma una maggiore volatilità certamente sì, già a partire dal prossimo anno.
Questa maggiore volatilità si eserciterà più verso il basso che verso l’alto anche se il risultato finale potrà essere, a fine 2017, un livello di bond e azioni non molto diverso dall’attuale. Per approfittare delle opportunità che questa volatilità potrà offrire suggeriamo di continuare a creare liquidità nei portafogli in questa fase di bonaccia.
Vogliamo concludere con una nota di speranza. Fra cinque anni, nel 2021, inizierà lentamente a scemare l’onda quindicennale dei baby boomers. Il mercato del lavoro, in tutto l’Occidente, tornerà gradualmente verso l’equilibrio. Il Pil potenziale risalirà e torneremo forse, se non avremo fatto errori di policy, a rivedere livelli di crescita più alti.
Autore: Alessandro Fugnoli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

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