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lunedì 24 ottobre 2016

Draghi Tie Guesses. BCE e l’influenza delle cravatte sui tassi


“Di che colore avrà la cravatta questa volta?” Il gioco di scommettere sul colore della cravatta di Draghi è diventato popolare fra trader ed economisti con l’ashtag DraghiTieGuesses, inventato qualche anno fa da una giornalista del Financial Times. Ogni indizio è prezioso per intuire le intenzioni del Presidente della BCE, prima ancora che inizi la conferenza stampa.
“Avrà quella blu del 2012, quando annunciò il Bazooka del Whatever it takes?”, una bordata di emotività indimenticabile che aveva risollevato i BTP dalle ceneri, “o quella violetta dell’inazione?” 
Giovedì 20 ottobre, la BCE ha lasciato i tassi d’interesse invariati: “i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rimarranno invariati rispettivamente allo 0,00%, allo 0,25% e al -0,40%.

Il Consiglio direttivo continua ad attendersi che i tassi di interesse di riferimento della BCE si mantengano su un livello pari o inferiore a quello attuale per un prolungato periodo di tempo e ben oltre l’orizzonte degli acquisti netti di attività”.
La cravatta azzurro chiaro di giovedì faceva ben sperare.
La stessa tonalità di quella usata nel 2012 e nel marzo di quest’anno, quando Draghi annunciò l’introduzione di acquisti di corporate bond nel programma di Quantitative Easing. Il copione in quest’occasione era però abbastanza prevedibile. Dopo le voci di “tapering” (riduzione degli stimoli monetari) diffuse da Bloomberg all’inizio di ottobre, i giornalisti hanno continuato a punzecchiare Mario Draghi come vespe inferocite, cercando di estorcergli qualche indizio sulla futura sorte del QE europeo.

Diminuzione, espansione del programma o “brusca interruzione” come ha suggerito insidiosamente un giornalista dall’accento francese? (Improbabile ha detto Draghi).
L’Euro si è impennato furioso da 1.0970 a 1.1038 quando Draghi ha risposto “no” a una giornalista che gli chiedeva se fosse già stato discusso un cambiamento del programma di Quantitative Easing, o un eventuale prolungamento oltre marzo 2017.
Poi una frenata decisa, e ritorno veloce sotto 1.10, come l’automobilista che inchioda e fa retromarcia contromano, accorgendosi di aver preso il bivio sbagliato.
Sempre elegante, ma visibilmente stravolto durante la tortura mediatica, il Presidente della BCE ha man mano chiarito che i tassi rimarranno bassi ancora a lungo e che di tapering non si è nemmeno discusso né, come ha ironizzato Paul Donovan di UBS, si è parlato di parlarne.

Tuttavia, Draghi è stato altrettanto chiaro, il Quantitive Easing non sarà eterno.
Risultato a fine conferenza: Euro al tappeto, scivolato fino a 1.0850 contro dollaro, mercati azionari europei che hanno recuperato le perdite della mattina chiudendo in verde la giornata e la settimana (DJ Eurostoxx a 3077).
Bond governativi che hanno recuperato cautamente terreno, riassorbendo parte del sell-off delle ultime settimane.
Dopo l’eccezionale rally degli ultimi anni, i bond mostrano qualche segno di stanchezza. Il freno a mano sul settore obbligazionario è stato tirato non solo dalle voci di “tapering” di inizio ottobre.

Oltre ai crescenti rischi geopolitici che suggeriscono un futuro aumento del premio al rischio, rialzi dei tassi d’interesse, grandi nemici dei bond, iniziano a intravedersi all’orizzonte. Il risveglio della produzione industriale nell’area Euro salita dell’1.6% nel mese d’agosto dopo il calo dello 0.7% nel mese di luglio, si somma al raddoppio dei prezzi dell’energia da febbraio a oggi e alle probabilità che il mercato prezza, al 67%, di un nuovo rialzo dei tassi d’interesse a dicembre da parte della Federal Reserve.
I rendimenti sul decennale USA son saliti dall’1.36% di luglio a 1.73% di oggi.

I rendimenti sul decennale Germania si sono riportati sulla soglia dello zero, dopo esser sprofondati al -0.18% in luglio. Più debole il recupero dei BTP, col rendimento sul decennale Italia risalito dall’1.05% di metà agosto all’1.44% di oggi. Il mercato guarda con cautela all’evoluzione delle trattative con Bruxelles sui piani di bilancio italiani, che a fronte di un promettente taglio delle tasse, porterebbero al 2.3% il rapporto deficit/pil, significativamente più alto dell’1.8%, precedentemente pianificato con Bruxelles.

Il referendum costituzionale del 4 dicembre è l’altra grossa incognita, nonostante le parole di conforto di Obama a Renzi e la teorica spiegazione di Monti che, dichiarando di votare “no” al referendum, ha detto che in caso di vittoria del “no” Renzi non dovrebbe dimettersi e qualora lo facesse non vede particolari sconvolgimenti.
Venerdì 21 ottobre l’agenzia di rating Fitch ha confermato il rating dell’Italia BBB+ ma ha abbassato l’outlook da stabile a negativo.

Le previsioni di disavanzo (spese che superano le entrate) di bilancio del DEF (Documento Economia e Finanza) 2016 al 2.3% spaventano l’agenzia di rating, come la previsione di un rapporto Debito/Pil del 133.3% previsto nel 2017: “la crescita debole rende più duro ridurre il debito, le sofferenze bancarie e la disoccupazione e rischia di aumentare il supporto ai partiti populisti”, spiega l’agenzia di rating.
Draghi ha rassicurato anche sul Portogallo, anticipando la decisione di venerdì da parte dell’agenzia di rating canadese Dominion Bond Rating Service (DBRS) che ha confermato il rating BBB (low) sul debito sovrano portoghese.

DBRS è l’unica agenzia ad aver mantenuto il rating investment grade sul Portogallo, già considerato “junk”, spazzatura, dalle altre principali agenzie S&P, Fitch e Moody’s. Un downgrade da parte di DBSR avrebbe significato la teorica esclusione dei bond portoghesi dal programma di acquisti BCE, che può acquistare bond di Paesi il cui rating sia “investment grade” almeno per una delle principali agenzie di rating.
Il decennale portoghese rende il 3.18%.
La tanto attesa conferenza stampa di Draghi è stata preceduta dai dati sull’economia cinese, PIL al 6.7%, in linea con le attese, ma produzione industriale in calo al 6.1%. Il Dragone cinese sputa ancora fuoco, ma meno di prima. Un raffreddore autunnale?

OPERATIVAMENTE E PER CONCLUDERE

La settimana si è conclusa con sondaggi che vedono Trump in rimonta (i sondaggi Reuters vedono Clinton in vantaggio col 44% contro il 40% di Trump) e attacchi informatici a vasto raggio.
Si profila un autunno caldo, un percorso a ostacoli per i mercati: il 2 novembre la decisione sui tassi da parte della Fed (che al 90% li terrà invariati), l’8 novembre le elezioni USA, il 4 dicembre il referendum costituzionale italiano, l’8 dicembre di nuovo Draghi e il 14 dicembre, prima delle vacanze di Natale, la decisione sui tassi d’interesse da parte della Fed con conferenza stampa (67% di probabilità di un rialzo).
A proposito del topping sui bond, un importante concetto appreso da un geometra di periferia: “Ove non c’è guadagno, perdita certa!”.
In chiaro brutale: se si facesse strada il pensiero - basta quello - che la corsa dei bond è finita, i Titoli di Stato, che oggi rendono poco o nulla, potrebbero solo scendere, perché verrebbero venduti.

E i tassi salirebbero, alla faccia di tutti gli esperti che prevedono - con ottime ragioni - un tempo ancora lungo di bassi tassi d’interesse. Solo che i mercati spesso vanno con la pancia, non con la ragione.
Grande livello di incertezza e alte probabilità di forti movimenti sui mercati.
Qualsiasi sarà la direzione, si creeranno opportunità, al rialzo o al ribasso. Avere liquidità in portafoglio consentirà di coglierle, senza fare scommesse.
Sul cambio Euro/Dollaro, vediamo il recente rafforzamento del dollaro e gli eventuali nuovi allunghi come un’opportunità per alleggerire le posizioni in dollari.
In vista delle elezioni USA, attendiamo la prossima decisione sui tassi d’interesse della Fed, il 2 novembre.

Per fortuna, Janet Yellen non porta la cravatta.

Fonte: News Trend Online

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