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lunedì 17 ottobre 2016

Dietro gli slogan: l’economia di Clinton e Trump

Si avvicinano le presidenziali americane ed è ora di capire meglio le proposte economiche dei candidati, Donald Trump e Hillary Clinton. Che hanno preso a prestito qualcosa dallo sconfitto alle primarie democratiche, Bernie Sanders. Soprattutto nel resistere agli accordi globali sul commercio.

Il punto di partenza e il lascito di Obama

Un’eredità controversa quella del futuro presidente degli Stati Uniti.
La ripresa economica dopo la recessione del 2009 non è stata rapida quanto quelle precedenti. Il +2,5 per cento del 2015 e il più magro +1,6 per cento del 2016 indicano una crescita persistente, ancorché appena rivista al ribasso dal Fondo monetario e comunque cumulativamente inferiore (dal 2010) rispetto a quella delle riprese precedenti.

La disoccupazione è al 4,9 per cento, contro una media secolare del 5,5 per cento. L’economia americana vista nei suoi dati aggregati sembra dunque andare bene. Ma l’ascesa di un candidato come Donald Trump segnala che non è tutto rose e fiori nell’America che Barack Obama consegna a chi verrà dopo di lui.

L’ombra di Bernie Sanders

La peculiarità di queste campagne elettorali si coglie dalla mancata convergenza al centro dei due candidati.

La sensazione è che, a differenza delle precedenti presidenziali, in questa si cerchi il consenso anche (e soprattutto) delle posizioni più radicali. Trump cerca di conquistare anche la destra più conservatrice, andando oltre la sponsorizzazione della tradizione americana della libera impresa, per cavalcarne le paure su immigrazione e terrorismo.
In parallelo, Hillary Clinton – spingendosi ben più a sinistra di quanto avesse fatto il marito Bill nel 1996 – prova a raccogliere i voti più a sinistra toccando temi di politiche del lavoro, istruzione e welfare. Non stupisce quindi che il suo programma proponga alcuni dei temi più cari al suo avversario nelle primarie, Bernie Sanders.

Stupisce però che anche Trump, a suo modo, abbia fatto sue alcune idee del socialista più famoso d’America.
Tabella 1 – I dodici punti di Sanders ispirano la politica economica dei due candidati
Ovviamente le affinità con le proposte di Sanders sono più evidenti nel programma di Hillary Clinton, che prevede interventi di spesa pubblica per infrastrutture, università più accessibili, politiche di pari opportunità, energie rinnovabili e una sostanziale difesa dell’Obamacare.

Sulle tasse, Clinton rilancia una tassazione più progressiva, con una stangata sui super-ricchi, un’aliquota minima del 30 per cento per chi guadagna più di un milione lordo all’anno (Buffett’s rule) e un’altra tassa sui redditi oltre i 5 milioni. Accusando “The Donald” di fare i suoi interessi.
Lui che mira a un abbassamento “reaganiano” delle tasse, soprattutto per quanto riguarda l’aliquota sul reddito di impresa dal 35 al 15 per cento. L’idea del trumpismo è quella del trickle down, dello sgocciolamento verso il basso: aumentando gli incentivi a investire per i più ricchi, tutti ci guadagnano.

Incontro nel commercio internazionale

Ma è sul tema del commercio internazionale che curiosamente avviene una certa convergenza dei programmi.

A cominciare da uno scetticismo più o meno forte nei confronti dei trattati commerciali negoziati dagli Stati Uniti. Secondo Trump è necessario rinegoziare il Nafta (North American Free Trade Agreement), accordo di libero scambio che lega commercialmente dal 1994 Stati Uniti, Canada e Messico.
Il secondo passo sarebbe quello di impedire l’entrata in vigore del Tpp (Trans Pacific Partnership), ossia dell’intesa commerciale tra Usa e undici paesi dell’area pacifica (Cina esclusa), firmata da Obama e in attesa dell’approvazione del Congresso. Rigetto anche per il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che è ancora in corso di negoziazione.

Trump propone in sostanza una visione isolazionista che non si vedeva più da tempo nel panorama culturale americano, e soprattutto nella mentalità del Grand Old Party, che a partire dal secondo dopoguerra si è sempre contraddistinto per una sostanziale visione liberista dell’economia, anche in tema di trattati internazionali.
Le idee di Trump arrivano a rifiutare tutti gli accordi regionali che hanno avuto invece un grande ruolo nella globalizzazione degli ultimi anni, visto lo stallo della negoziazione multilaterale in seno all’Organizzazione mondiale del commercio.
Anche Clinton si è mostrata critica nei confronti dei trattati commerciali esistenti e scettica nei confronti del Ttip ancora in fase di negoziato.

Questo perché i benefici del commercio internazionale non hanno coinvolto i lavoratori nella loro complessità. La sua risposta, in termini pratici, prevede il tentativo di spostare in questa direzione gli accordi non ancora raggiunti, senza rimettere in discussione quelli già esistenti.
Come ciò possa avvenire è lasciato un po’ nel vago.
Le idee di entrambi i candidati si inseriscono in un contesto in cui la globalizzazione vive una sorta di reset. L’anno zero del mondo globale parte dal dato di fatto che i perdenti della globalizzazione siano di più rispetto a quanto ci si aspettava.

La risposta naturale (o almeno quella che va ora per la maggiore) è il populismo. Se applicato ovunque, si tornerebbe all’autarchia politica. Una soluzione in ogni caso antistorica e impraticabile in un mondo nel quale la tecnologia obbliga a pensare in modo globale. Serve invece un accordo globale per prevedere meccanismi di diffusione dei frutti della globalizzazione anche a chi è rimasto indietro.
Con il programma della Clinton ci si può provare, con quello di Trump no.
Di Francesco Daveri e Mariasole Lisciandro
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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