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lunedì 10 ottobre 2016

Confermato dalla Bce il QE: ma è la scelta giusta?

Alla fine lo ha detto. Lo ha confermato. Ha tolto tutti i dubbi. Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha ribadito che il quantitative easing andrà avanti fino alla fine di marzo o oltre se necessario. Draghi ritiene che la politica monetaria accomodante offra un’unica finestra di opportunità per l'attuazione di riforme strutturali.
Ma ha anche sottolineato che le riforme strutturali, insieme ad una politica di bilancio che sostenga la crescita, consentiranno all'economia dell'area euro di raccogliere tutti i benefici delle misure di politica monetaria, portando ad una crescita economica maggiore e sostenibile e rendendo l'economia più forte di fronte agli shock.
La ripresa economica dell'area euro procede moderata e la Bce agirà con tutti gli strumenti disponibili nell'ambito del suo mandato se necessario, aggiunge Draghi, sottolineando che la politica monetaria dell'area euro offre l'impeto necessario alla ripresa dell'area euro per rafforzarsi e all'inflazione per tornare gradualmente ai livelli in linea con il nostro obiettivo.
La ripresa in atto nell’area euro è sostenuta dagli sviluppi della domanda interna.

Il Pil — ha aggiunto Draghi — è cresciuto nel secondo trimestre dello 0,3% trimestre su trimestre, dopo un aumento dello 0,5% nei primi tre mesi. Gli indicatori mostrano una resistenza nel dopo referendum in Gran Bretagna. La politica monetaria accomodante della Bce e il suo impatto sulle condizioni finanziarie stanno sostenendo la domanda interna.
I prezzi bassi del petrolio e i progressi nell’occupazione, in parte legati alle riforme strutturali passate, dovrebbero continuare a sostenere i redditi e i consumi privati. I rischi all’outlook della crescita restano al ribasso. 
Comunque vada, negli ultimi tre mesi, numerose banche centrali hanno sottolineato che la politica monetaria può solo far guadagnare tempo, ma sono indispensabili anche altri interventi.

Nel suo ultimo bollettino trimestrale la Banca d’Inghilterra ha dimostrato in modo sorprendente che il moltiplicatore monetario, che giustifica l’intervento delle banche centrali, non funziona.  
Christopher Dembik, Head of Macro Analysis in Saxo Bank, ritiene che l’attuale contesto sia effettivamente molto favorevole ad un incremento della spesa pubblica.
Il liberismo economico, che ha esercitato un influsso predominante sulle decisioni politiche degli ultimi trent’anni, è stato screditato dall’emergere della crisi finanziaria globale. Non c’è più un’ideologia economica dominante. Inoltre, il ruolo delle agenzie di rating, che fungevano prima da garanti dell’ortodossia fiscale, è ora molto meno importante per gli investitori.

Tuttavia, il vero incentivo a favore della spesa pubblica risiede nei tassi di interesse che si confermano a livelli storicamente molto bassi. Le condizioni del credito globale sono tra le più favorevoli da sempre con il rendimento medio dei titoli di stato (su tutte le scadenze) che si mantiene intorno allo 0,9%, ben al di sotto del 2,30% delle scadenze decennali.
In alcuni casi, la situazione è ancor più insolita, come in Germania dove oltre l’80% del mercato dei titoli di Stato presenta tassi negativi.
Secondo Christopher Dembik, in termini di stimolo fiscale, l’Asia indica la strada da seguire. In Cina gli investimenti da parte delle società statali sono aumentati del 24% dall’inizio dell’anno con l’intento di controbilanciare il rallentamento degli investimenti privati. 
Lo scopo è quello di evitare una brusca frenata dell’economia, anche se ciò dovesse comportare un aumento della sovraccapacità industriale e della spirale inflazionistica, che tuttavia dall’estate è in via di rallentamento per via dell’aumento globale dei prezzi delle materie prime – spiega Christopher Dembik -.

Per limitare gli effetti negativi, sono state recentemente adottate misure promettenti, incluso concedere pari accesso agli investitori privati nell’istruzione e nella sanità, mandare team di ispettori per verificare che vengano realizzati i progetti e gli investimenti nelle infrastrutture in aeree rurali, dove sono veramente necessarie.
Se attuate, queste decisioni contribuiranno senza dubbio a rilanciare l’economia.
Un impatto simile non potrà venire dal pacchetto di stimolo di 28.000 miliardi di yen (anche se la spesa diretta rappresenta solo 7.500 miliardi di yen) che è stato approvato lo scorso agosto dal Giappone – conclude Christopher Dembik -.

Paragonato a iniziative precedenti questo pacchetto non è particolarmente imponente. Condurrà probabilmente ad una temporanea esplosione della produzione industriale ma l’effetto svanirà rapidamente per via della mentalità deflazionaria delle società e delle famiglie.
Non è facile trovare un sistema per cambiare questa mentalità. Finora, niente ha funzionato. Una situazione simile si è verificata negli Stati Uniti negli anni Trenta e, in effetti, fu solamente la guerra risolvere la questione.
Autore: Volcharts.com Fonte: News Trend Online

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