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lunedì 31 ottobre 2016

Chi ha paura dell’accordo Europa-Canada


Il Ceta ha rischiato di arenarsi sul “no” della Vallonia, che rappresenta meno dell’1 per cento della popolazione europea. Tema del contendere la clausola di risoluzione delle dispute. Che però è già presente in molti accordi internazionali. E spesso dà ragione agli stati, non alle multinazionali.

L’1 per cento decide per tutti

Settimane di tira e molla per il Ceta, l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Canada che doveva essere firmato il 27 ottobre.

A segnare il contrasto è stata la Vallonia, regione francofona belga il cui parlamento regionale aveva posto il veto al Belgio, l’unico paese dei 28 che rischiava di non poter ratificare l’intesa. E quindi di far saltare la firma di uno dei trattati più importanti negoziati dalla Ue.
Benché la Vallonia abbia fatto retromarcia, rimane ancora da ottenere l’approvazione del Belgio come stato federale.
La vicenda è un ulteriore colpo alla già traballante politica commerciale dell’Unione, che da tempo pare soffrire di una crisi d’identità e di credibilità. Sembra difficile credere, infatti, che il piccolo parlamento regionale della Vallonia, che rappresenta neanche l’1 per cento della popolazione europea, possa bloccare la ratifica di un accordo così importante, per cui sono stati necessari ben sette anni di negoziati.
Difficile da credere ma allo stesso tempo molto prevedibile.

La condizione necessaria per la firma dell’accordo è il sì unanime dei 28 stati europei, espressione del consenso di tutti i parlamenti, sia nazionali che regionali. E il “no grazie” della Vallonia aveva messo tutto in pausa. Anche i land tedeschi hanno un potere di veto molto simile, ma non l’hanno esercitato.
Forse più attenti ai benefici del libero commercio che fautori di una “politica del no”.
Ma perché la Vallonia si è opposta così duramente? Tralasciando le questioni di politica interna belga, agli occhi dei socialisti valloni il Ceta rischia di scardinare il modello agricolo della regione, di compromettere i diritti dei lavoratori e le norme a protezione dei consumatori e dell’ambiente.

Ma l’opposizione più forte si riversa nei confronti della clausola Isds (Investor-State Dispute Settlement) inserita nell’accordo.

Perché l’Isds non piace ai valloni

Il meccanismo permetterebbe di portare le eventuali controversie tra investitore straniero e stato di fronte al giudizio di una corte arbitrale internazionale, non sottomessa alla giurisdizione statale bensì al diritto internazionale.
Secondo i valloni, e non solo, tale possibilità metterebbe a repentaglio la capacità legislativa delle nazioni ed eleverebbe gli interessi delle aziende al di sopra di quelli democratici.
A ben vedere, come ricorda anche Tyler Cowen, la clausola Isds ha fatto parte (senza obiezioni) dello status quo per vari decenni.

Oggi sono in vigore più di duemila trattati bilaterali sugli investimenti, quasi tutti contenenti forme di risoluzione delle controversie fra investitori stranieri e stato, compreso il meccanismo Investor-State Dispute Settlement. Che rientra tra i sistemi più utilizzati perché fornisce una garanzia agli investitori che potrebbero non fidarsi dell’autonomia del sistema giudiziario del paese ospite.
È principalmente una questione di imparzialità: è difficile credere che le magistrature di tutto il mondo siano capaci, in una controversia tra investitore straniero e stato, di esprimere un giudizio contro l’operato del paese di appartenenza. Soprattutto nei paesi in cui le istituzioni spesso non riescono a garantire un processo giudiziario equilibrato, libero dalla tentazione di schierarsi dalla parte della propria bandiera.
Gli oppositori però vedono un rischio concreto nella possibilità di citare uno stato in giudizio, ossia quello di perdere sovranità nazionale.

Senza considerare però il fatto che i trattati commerciali generalmente riconoscono il potere e il legittimo interesse delle nazioni di regolare liberamente materie socialmente importanti, quali ad esempio la salute e l’ambiente. La sovranità nazionale non è proprio scomparsa, quindi, da questo punto di vista.
Oltretutto, i dati sulle dispute rivelano non solo che non sono così numerose, ma anche che la tendenza delle corti arbitrali non è in realtà così vicina agli interessi delle multinazionali.

I dati Unctad (United Nation Conference on Trade and Development) mostrano che, dal 1990 a oggi, i paesi dell’Unione Europea sono stati coinvolti in 175 casi di controversie con investitori stranieri. Non così tanti in ventisei anni. E tra i casi conclusi, più della metà si sono risolti a favore dello stato, contro solo un quinto a favore dell’investitore.
Nei restanti casi si è arrivati a un accordo tra le parti e questo dimostra che le corti arbitrali sono anche un buono strumento di mediazione.

Localismi 2.0

I numeri però si scontrano contro un pubblico a volte refrattario a considerare la realtà dei fatti e più incline a cedere a idee demagogiche, neanche più di tanto al passo con i tempi.

Il mondo non può smettere di punto in bianco di essere globale e una maggior chiusura dei mercati significherebbe riportare indietro le lancette dell’orologio e rinunciare alle più grandi conquiste che l’apertura ha portato. Ma proprio nel momento in cui si dovrebbe oliare il motore della crescita, a partire per esempio dalla promozione di un commercio più libero, la globalizzazione si trova incatenata dai localismi, sia in Europa che negli Stati Uniti.
I rispettivi esempi? La Vallonia e Donald Trump.
Di Mariasole Lisciandro
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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