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giovedì 27 ottobre 2016

Banchieri centrali, funamboli della politica monetaria


Steven Bell, Capo economista di BMO Global Asset Management, spiega che la Fed e il FOMC (Federal Open Market Committee) sono politicamente indipendenti, ma non politicamente disinteressati. Con il prossimo meeting che si terrà a meno di una settimana dalle elezioni presidenziali, è improbabile che il FOMC voglia alimentare controversie con un rialzo dei tassi, specialmente alla luce delle ripetute affermazioni di Donald Trump secondo cui l’attuale presidente tiene i membri del comitato in pugno.
Sarebbe più ragionevole aspettare il prossimo meeting di dicembre, per il quale il mercato prezza già una probabilità del 60% di un rialzo - spiega Steven Bell -.

Ma poiché il mercato si aspetta solo rialzi modesti, è necessario aspettare fino a marzo 2019 prima di vedere propriamente prezzato un secondo rialzo dei tassi – un periodo di tempo decisamente troppo lungo a mio avviso.
Negli USA la disoccupazione è al di sotto del 5% e questo sta cominciando a tradursi in salari più alti e inflazione - spiega Steven Bell -.
L’indice dei prezzi al consumo, al netto di beni alimentari ed energetici che sono più volatili, ha accelerato gradualmente da inizio 2015 ed è ora superiore del 2,3% anno su anno, più in alto rispetto al target ufficiale del FOMC pari al 2%. E tutto ciò nonostante l’effetto contrastante di un dollaro forte, ora in calo.

Infatti, i prezzi delle importazioni al netto dei petroliferi sono cresciuti da marzo. Mi aspetto che il FOMC operi due rialzi dei tassi nel 2017, un percorso cauto di restringimento ma superiore a quanto si attende il mercato.
La Bce è quasi certa di estendere il proprio programma di QE a dicembre - spiega Steven Bell -.
Non ci sono ancora i dettagli, ma a meno che non facciano qualcosa di radicale e inaspettato, l’impatto sul mercato sarà verosimilmente limitato. Qualora dovessero abbandonare o diluire la sottoscrizione del capitale, che controlla la distribuzione degli acquisti, le obbligazioni italiane ne beneficerebbero particolarmente.

Al contrario, un restringimento o l’abolizione del livello minimo di deposito faciliterebbe maggiore acquisti di bond tedeschi e i bond italiani vedrebbero un qualche indebolimento. La decisione degli italiani del 4 dicembre è probabilmente più importante di quanto deciderà una settimana dopo la Bce.
La Banca Centrale del Giappone ha raggiunto i limiti della politica monetaria: hanno il programma di QE più aggressivo di qualunque altra banca centrale e hanno spinto i tassi a breve fortemente sotto lo zero - spiega Steven Bell -.

L’ultimo annuncio di politica monetaria mira a un rendimento implicito del decennale pari a zero, per adeguarsi ad ogni allentamento fiscale dal governo. È uno di quei casi in cui la palla viene passata al ministro delle Finanze, una mossa che potrà certamente essere ripetuta in altri paesi.
Se le autorità giapponesi allenteranno per davvero le politiche fiscali, mi aspetterei un calo dello yen e un rally del Nikkei. Ma diversamente dai primi giorni dell’Abenomics, questo sarà difficilmente un evento rivoluzionario.
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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