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giovedì 27 ottobre 2016

Atlante, ora anche Guzzetti riconosce i rischi

Giuseppe Guzzetti.
Giuseppe Guzzetti.
Il padre ripudia il figlio. O meglio se la prende con quelli che non l'hanno sposato.
Giuseppe Guzzetti, uno dei registi dell'operazione Atlante, ha dichiarato che, col senno di poi, «avrei fatto meglio a non partecipare» e a non invitare le casse - della cui associazione nazionale (Acri) è presidente - a investire 536 milioni di euro nel fondo gestito da Quaestio Sgr.
La sua non è una critica allo strumento in sé ma a chi lo ha abbandonato al suo destino, e cioè le banche straniere, che secondo la lista compilata nel momento della progettazione dell'operazione avrebbero dovuto mettere i soldi in Atlante 2, il veicolo pensato per 'valorizzare' le sofferenze in pancia agli istituti di credito italiani a partire, ça va sans dire, da Mps a un prezzo superiore di mercato.
L'ACCUSA A BNP PARIBAS E CRÉDIT AGRICOLE. A quel veicolo manca ancora 1 miliardo di euro rispetto al previsto.
E i colpevoli, secondo Guzzetti, sono Bnp Paribas e Crédit Agricole, oltre a non meglio specificati detentori di bond Mps, tra cui però finora si annoverano soprattutto fondi speculativi di investimento anglosassoni.
La loro colpa sarebbe non aver partecipato a un'operazione di sistema prettamente nazionale: «Bisognava dare un pacco di miliardi ad Atlante per creare il mercato delle cartolarizzazioni per rompere il monopolio» di «quelle cinque grandi banche americane che comprano a 13-17 centesimi», dice Guzzetti.
Se invece le munizioni non sono in grado di modificare le condizioni di mercato, il rischio è che l'investimento sia in perdita.
UN FONDO NATO NELL'EMERGENZA. Lo scopo è certamente nobile e, in un sistema bancocentrico come quello italiano, interessa tutti. Ma si tratta di un'operazione di sistema e per l'appunto non di mercato in cui si chiede a competitor di fare investimenti per salvare i concorrenti in agonia per anni e anni di malagestione.
Si possono convincere anche le casse di previdenza degli ordini professionali a fare investimenti rischiosi attraverso l'influenza politica, più difficile farlo con chi l'influenza politica la sente meno.
In più Atlante è nato nell'emergenza: la necessità era sgravare Intesa e Unicredit dal peso dei salvataggi di Popolare di Vicenza (BpVi) e Veneto Banca.
Tutto questo, a livello di annunci, è stato volontariamente o meno non chiarito. Quando ancora Atlante non si era sdoppiato e aveva in cassa 4.5 miliardi, l'allora amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni lo presentava come la soluzione finale delle sofferenze delle banche italiane. Proclami che nella realtà si sono tradotti in salvataggi mirati ed esosi.
MION: «VEDREMO COSA POTRÀ FARE ATLANTE». E viene da pensare che anche la grande operazione di cartolarizzazione sia, di fatto, l'estensione dell'intervento necessario per salvare il Monte Paschi: se Siena cedesse le sofferenze ai valori di mercato fissati per le quattro good bank, i 5 miliardi dell'annunciato e assai traballante aumento di capitale non coprirebbero nemmeno le perdite.
Il fondo, in sostanza, è frutto di una intelligente opera di ingegneria finanziaria, che però ha sottovalutato i dati di partenza.
E in particolare il disastro delle popolari del Veneto e le svalutazioni che ne sarebbero seguite.
Atlante 1 ha ancora in cassa 500 milioni di euro da dedicarvi e il 26 ottobre il presidente di BpVi Gianni Mion ha spiegato con la dovuta trasparenza: «Ci serviranno più soldi».
Senza fugare i dubbi sul fatto che il tesoretto della Quaestio Sgr possa bastare: «Nel piano capiremo quali sono i fabbisogni e cosa può fare Atlante».
Atlante 2 rischia di comprare Npl a prezzi che il mercato non riconosce per salvare una banca difficile da salvare. http://www.lettera43.it/

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