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lunedì 31 ottobre 2016

Apocalyspe now? I numeri per ora non lo dicono


Negli ultimi giorni sono circolate (ancora una volta!) analisi e valutazioni da fine del mondo per il settore obbligazionario. A spingere in tal senso una comunicazione di Bloomberg, secondo cui il suo indice Global Aggregate Bond worldwide ha perso a ottobre il 2,9%, calo forte tanto quanto quello registratosi nel maggio 2013, quando la Fed fece capire che avrebbe presto rallentato gli acquisti sul mercato – riferiti al Quantitative Easing – di titoli di Stato e corporate statunitensi.

Ora si teme che avvenga lo stesso - questa volta in Europa - come abbiamo più volte segnalato nei giorni scorsi. In realtà a spingere al ribasso i mercati non è la convinzione di novità significative da parte di Fed, Bce e compagne quanto l’incertezza.

Dati contrastanti

E’ vero che qua e là l’inflazione torna a scaldarsi, ma i movimenti registrati da “future” e indici obbligazionari non sono ancora tali da convincere che la fase dei tassi a zero sia finita del tutto.

Vediamo cosa dicono i loro numeri. In sostanza che indizi di debolezza si registrano su vari fronti, sebbene non giustifichino una reale svolta dei mercati. L’indice Bloomberg Barclays Global Aggregate Corporate Total Return Index Value in dollari ha perso il 2,6% da inizio settembre, con una discesa tutto sommato poco significativa.
Considerando che saranno proprio i corporate espressi nel biglietto verde i primi a venire impattati dall’effetto Fed, non si tratta ancora di una sterzata rilevante. Il Bloomberg Barclays Global High Yield Total Return Index Value, pure in dollari, registra perdite frazionali, mentre un mini tonfo lo segna il Bloomberg Barclays Euro Aggregate Treasury Total Return Index Value in euro, riguardante i titoli di Stato europei: in poche sedute ha ceduto infatti il 2,4%, ma il primo ribasso era iniziato già a settembre. 

Europa senza guida 

L’interesse maggiore interessa quindi il nostro Continente, dove la pressione all’ingiù riguarda i governativi.

I corporate in euro riescono invece a reggere ancora bene: un titolo “detector” è l’Orange (ex France Telecom) 8,125% scadenza 2033, con “duration” 11, sensibile quanto mai a possibili inversioni rialziste dei tassi: dal massimo a 203 euro dell’8/8 è tornato sotto quota 200, per attestarsi sui 195 di venerdì, con un movimento equilibrato.
Stessa valutazione per il subordinato Unicredit 6,95% scadenza 2022, con “duration” 4,9%, la cui volatilità media si aggira sul 10%. Ebbene nelle ultime sedute non ha dato alcun segnale di nervosismo. Identico comportamento dal senior di Generali 5,125% scadenza 2024, con “duration” 6,9.

L’analisi potrebbe proseguire per tanti altri bond aziendali, bancari e assicurativi, tutti stabili nelle recenti sedute. Di riscontro c’è invece la fase di indiscutibile debolezza dei governativi, a cominciare dal Bund. Che in un mese si è quasi rimangiato quanto guadagnato nell’ultimo anno. 

Lo cercano i big

Certo il rialzo dell’inflazione in Germania (+0,2% mensile e +0,8% su base annua) qualche preoccupazione la desta.
Ma la vera mossa concentrica viene dai leader, fondi assicurativi e big del risparmio gestito, alla ricerca di una normalizzazione dei mercati. La quasi totalità delle vendite scaturisce dalle loro mani, sulla base forse di un’intesa trovata già ad agosto, tesa ad abbandonare l’area dei tassi negativi e a ritrovare un po’ di rendimento almeno sulla parte lunga della curva dei tassi.

Ora c’è da domandarsi se l’azione proseguirà massicciamente e troverà appoggi da parte della Bce? L’impressione è che un accordo in tal senso sia molto più difficile da realizzare di quanto non sembri a parole. Tutto dipenderà quindi dall’esito del Consiglio direttivo dell’8 dicembre prossimo della Banca centrale europea.
Fino ad allora è meglio attendere e non entrare in posizioni né al rialzo né al ribasso, salvo che i segnali siano talmente espliciti da far capire cosa farà la Bce fra poco di un mese. Questa ipotesi appare però poco probabile. 
Fonte: News Trend Online

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