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lunedì 31 ottobre 2016

Accordo Opec in stallo. Anche il petrolio pesa sui listini


I corsi del greggio hanno continuato a perdere terreno in avvio di ottava condizionando negativamente l'andamento dei listini asiatici. Il mercato reagisce così alle poco promettenti indicazioni venute dall'incontro tecnico del fine settimana, che ha riunito a Vienna esperti dei maggiori produttori mondiali interessati al nuovo accordo Opec per un taglio della produzione.
La riunione non ha prodotto alcun impegno concreto in vista dell'appuntamento ufficiale del cartello dei Paesi Esportatori di Petrolio in calendario il 30 novembre prossimo.
Il Brent con scadenza dicembre perde 40 centesimi e arretra dello 0,6% a 49,3 dollari al barile, dopo aver già lasciato sul terreno 76 centesimi venerdì scorso.

Il WTI con scadenza dicembre, che aveva chiuso le contrattazioni di venerdì in arretramento di 1,02 dollari, si attesta a 48,1 dollari, in calo di 50 centesimi (-0,5%)

Si raffreddano le aspettative su un accordo

Oltre diciotto ore di negoziati tecnici e un solo risultato: la promessa che i maggiori produttori mondiali continueranno a dialogare nei prossimi trenta giorni per trovare un compromesso possibile. 
Si è chiusa così la nuova tornata di consultazioni tra i membri dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, cui hanno partecipato anche delegati di Azerbaijan, Brasile, Kazakistan, Messico, Oman e Russia.
In una dichiarazione congiunta, il gruppo dei partecipanti ha presentato la due giorni di negoziati austriaca come un "positivo sviluppo" verso il raggiungimento di un accordo per limitare la produzione globale a novembre.

Ma l'unica conferma al momento è che i soggetti interessati continueranno ad incontrarsi nelle prossime settimane.
L'intesa preliminare raggiunta al vertice Opec di Algeri (OPEC) del 28 settembre scorso aveva lasciato intravedere la possibilità di una riduzione della produzione dagli attuali 33 milioni fino a 32,5 milioni di barili al giorno nel 2017, con una riduzione potenziale di 700.000-800.000 barili. 

Le dichiarazioni ottimiste dei primi giorni avevano sostenuto un nuovo rally dei corsi del greggio, spintisi fino a testare i massimi degli ultimi 15 mesi all'inizio di ottobre al di sopra dei 50 dollari al barile.

Ma i tentennamenti e i dubbi espressi da più parti nei giorni successivi e soprattutto le richiesta da parte di alcuni paesi di essere esentati dai tagli hanno aumentato i dubbi sull'efficacia dell'accordo. Dubbi confermati dalle difficoltà di coordinamento riscontrate dal gruppo venerdì. 

La posizione di Iran e Iraq

Secondo le dichiarazioni rilasciate al termine della riunione, il maggiore ostacolo nel corso dei colloqui sarebbero stato costituito dalle posizioni di Iran e Iraq.

Il ministro dell'Energia azero Natiq Aliyev ha dichiarato che saranno questi due paesi, interessati al momento più a un rafforzamento che a uno stop della loro produzione, a determinare il buon esito o il fallimento delle trattative.
Gli iraniani hanno insistito sulla loro volontà di continuare ad incrementare la produzione fino a che non avranno raggiunto una quota produttiva pari a 4,2 miliioni di barili al giorni, ossia 400 mila barili oltre l'attuale output.
Mentre i rappresentanti del governo iracheno hanno ribadito la loro intenzione, manifestata nei giorni scorsi, di continuare a sostenere la produzione per finanziare la nuova fase di guerra contro l'Isis.
A segnalare le divergenze tra i partecipanti alla riunione, le parole del segretario dell'Opec Mohammad Barkindo, che ha prospettato gravi conseguenze per l’industria del petrolio in caso di fallimento del piano di riduzione.

"Il processo di riequilibrio del mercato petrolifero" ha dichiarato Barkindo, "ha richiesto fin troppo tempo e non possiamo rischiare ulteriori ritardi”, aggiungendo che ad impegnarsi dovranno essere "tutti i Paesi, sia OPEC che non-OPEC”.

Notizie poco incoraggianti

E che d'altra parte nemmeno un semplice accordo tra i membri del cartello Opec sarebbe sufficiente a riportare stabilità nel settore è sottolineato da molti analisti, che considerano l'integrazione della Russia nell'accordo condizione necessaria per stabilizzare i prezzi.

Non sono in questo senso confortanti le cifre che arrivano da Mosca. Gli ultimi numeri ufficiali provenienti dalla Federazione Russa indicano un incremento della produzione dello 0,7% il prossimo anno e una ulteriore accelerazione dello 0,9% nel 2018. La produzione di greggio di Mosca è prevista a un livello record di 548 milioni di tonnellate per il 2017 e di 553 milioni sia nel 2018 che nel 2019, al di sopra dunque dei 544 milioni di barili che si pensa sarà l'output di quest'anno.
Un ulteriore segnale di sfiducia è poi la notizia che i gestori di fondi hanno ridotto per la prima volta da 5 settimane le loro posizioni long sui futures del greggio USA nella settimana terminata il 25 ottobre, secondo quanto venuto fuori dai dati della Commodity Futures Trading Commission (CFTC) venerdì scorso. 

Segno che sono in pochi a credere adesso che l'Opec potrà davvero portare ordine in un mercato condizionato da troppe incognite.

L'agenzia Bloomberg riporta il parere dell'analista Mark Watkins, secondo cui "il meglio che ci si può realisticamente aspettare è un congelamento."
E le previsioni ribassiste sembrano adesso prevalere. "Il mercato ha registrato il passo falso con un piccolo aggiustamento dei prezzi" ha dichiarato Ric Spooner, di CMC Markets, " ma non mi sorprenderebbe vedere scivolare il petrolio di nuovo, in area 47 dollari al barile".
Fonte: News Trend Online

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