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lunedì 5 settembre 2016

Usa-Ue: partita a scacchi sulle tasse delle imprese


In Europa, il sistema del divieto degli aiuti di stato proibisce ai paesi di sostenere le imprese. Negli Usa, il governo federale non esita a scendere in campo a fianco delle sue multinazionali, minacciando di fare carta straccia degli accordi internazionali. Il gioco è diventato molto pericoloso.

Chi tassa le multinazionali?

L’estate appena finita ci ha distratto da una complessa e pericolosa partita a scacchi fra Ue e Stati Uniti che fino a poche settimane fa si è giocata in modo silenzioso, ma senza esclusione di colpi.
Oggetto del contendere è una delle risorse più importanti per uno Stato moderno: il diritto di tassare.

In modo particolare, è in gioco la possibilità di tassare le società multinazionali statunitensi (sia nel settore dell’information technology che in quelli tradizionali) che operano sia negli Usa che nel vecchio continente. In Europa tutte hanno scelto come base per i loro affari succursali in paesi come Lussemburgo, Olanda e Irlanda che, oltre a una tassazione favorevole, permettevano (permettono?) ulteriori risparmi attraverso la stipula di accordi ad hoc con il fisco.
Nulla di male, se non fosse che la pratica (una sorta di trattativa sull’imposta da versare) non è stata ritenuta accettabile dalla Commissione europea, che l’ha considerata come un aiuto di stato incompatibile con il diritto Ue (articolo 107 del Trattato).

Quando questo accade, ne deriva che la misura deve cessare e l’aiuto concesso deve essere sempre recuperato da parte dello Stato nei confronti dell’impresa agevolata.
Tutti gli investitori sono consci della pericolosità della regola e, ove possibile, tendono ad adottare contromisure sul piano giuridico, tese a dimostrare che non di aiuto si tratta e che quindi il recupero non deve avere luogo.
Le multinazionali Usa, dopo i primi attacchi da parte sia della Commissione che di alcune agenzie fiscali nazionali (fra le quali anche quella italiana, seppure su presupposti diversi) hanno scelto una strategia che somiglia molto all’arrocco nel gioco degli scacchi.
La torre, qui, è il dipartimento del Tesoro statunitense, che il 24 agosto ha rilasciato un White paper a tutela dell’interesse fiscale federale, lamentando il comportamento della Commissione europea, denunciando l’infondatezza (giuridica) della sua azione, minacciando (neanche velatamente) rappresaglie sul piano giuridico ed economico.

L’argomento di fondo è che tanto più le multinazionali Usa saranno obbligate a pagare in Europa, tanto meno lo faranno Oltreoceano.
Considerati gli interessi e l’ammontare delle imposte in discussione, c’è da giurare che l’atto ufficiale del dipartimento non sia un esercizio dottrinale.
Sembra di rivivere sul piano fiscale una situazione simile alla crisi del 1962, solo che fortunatamente qui non ci sono missili in gioco, ma solo la paura da parte degli Stati Uniti di perdere gettito tributario, se la Commissione insisterà nelle sue pretese.
Ecco allora l’arrocco: è il dipartimento del Tesoro che si fa promotore (e nume tutelare) degli interessi di multinazionali che, dal punto di vista giuridico, dovrebbero essere considerate contribuenti come tutti gli altri.

Le grandi società, discretamente, si accomodano al bordo della scacchiera.

Se niente è come sembra

Ma come in ogni partita a scacchi (o come in ogni scenario di guerra fredda), niente è come sembra.
Innanzitutto, davvero gli Stati Uniti rischierebbero di perdere gettito tributario se le iniziative della Commissione avessero seguito? No, o almeno non subito.
È ancora forte, negli Usa, l’eco dello scandalo riguardante operazioni di pianificazione fiscale aggressiva che permettevano (permettono) a multinazionali di ridurre in modo drastico la loro Tax liability in madrepatria lasciando parcheggiati gli utili in giurisdizioni off shore.

Semplificando: negli ultimi anni le multinazionali non hanno pagato né in Europa né negli Stati Uniti.
L’amministrazione Obama ha provato, con i limiti dello strumento regolamentare (stante l’ostilità del Congresso), a contrastare il fenomeno. Uno dei punti salienti della programma fiscale della candidata Hillary Clinton è proprio l’introduzione di norme fiscali federali che impongano, negli anni a venire, a queste multinazionali di pagare le imposte negli Usa.
Il dipartimento del Tesoro, quindi, non dice tutta la verità nel suo rapporto quando afferma di tutelare gli interessi federali statunitensi e poi anche quelli delle imprese americane.

O almeno l’ordine delle priorità non è quello.
Ma anche sul lato europeo niente è come sembra. La Commissione gioca la sua partita anche contro gli stati (europei) che hanno violato il Trattato e che sarebbero ben contenti di continuare il business as usual. Lo fa con regole, solo europee, sulle quali forse sarebbe il caso di riflettere una volta di più.
Da una parte, in Europa, il sistema del divieto degli aiuti proibisce ai Paesi di sostenere le imprese, se non nel rispetto di rigorose condizioni e con il nulla osta di un organo tecnico. Dall’altra parte, negli Usa, il Governo federale non esita a scendere in campo minacciando di rovesciare il tavolo, di fare carta straccia degli accordi conseguiti a livello di G-20, Ocse (progetto Beps-Base Erosion and Profit Shifting) e chissà cos’altro.

Costi quello che costi.
È evidente che l’asimmetria è forte, così come forse la necessità di rivisitare la disciplina sugli aiuti di stato che, pensata per un orizzonte europeo, evidenza qualche limite. Insomma, la scacchiera si è allargata e il gioco, dopo questa estate, è diventato molto più pericoloso.
Di Marco Greggi
Autore: La Voce Fonte: News Trend Online

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