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lunedì 5 settembre 2016

Unicredit: Fed ormai alla deriva


Quando Janet Yellen all’inizio del 2014 è arrivata al comando della Federal Reserve sostituendo ben Bernanke, fautore della più ampia operazione di accomodamento finanziario, se non altro nella lunghezza, si pose come obiettivo principale, la chiarezza delle comunicazioni al mercato proprio per evitare reazioni repentine, isteriche e volatili.
Purtroppo è successo esattamente il contrario. 

La view di Nielsen

Questa in estrema sintesi l’idea di fondo che aleggia nel report di Erik Nielsen, capo economista di Unicredit secondo cui la Fed, ormai, ha perso la strada. Dopo aver fatto tremare i mercati con l’annuncio, a metà dicembre dell’anno scorso, del primo, storico rialzo sul costo del denaro che aveva portato il range dal minimo dello 0-0,25% a quello di 0,25-0,50% aveva fatto intendere che a questo primo step sarebbero seguiti diversi altri durante tutto il 2016.

Complice l’andamento positivo dell’economia Usa e le prospettive di crescita date dai primi risultati macro in particolare sul mondo del lavoro e della disoccupazione, l’ottimismo per una ripresa degli Usa era ormai un dato di fatto. Un ottimismo che portò addirittura al sospetto che, dopo 10 anni di accomodamento, l’entusiasmo avrebbe portato a una serie di 4 ritocchi che avrebbe appesantito troppo il settore produttivo mentre gli Emergenti già temevano il peggio per i loro debiti emessi in dollari.

E invece da allora, sia per questioni esterne difficilmente individuabili persino dagli esperti (tempesta Cina e bancari europei tra i primi) ma anche una serie di nodi presenti all’interno dell’economia Usa, nulla di quanto era stato fatto chiaramente intendere è avvenuto nonostante le difficoltà presenti fossero già note e il loro svolgimento, secondo l’analista, si sia sviluppato secondo quanto previsto inizialmente.
Non solo, ma a peggiorare le cose anche l’alibi di un mercato che, proprio appoggiandosi alla presunta forza dell’orizzonte statunitense, si è comportato bene. In tutto questo si è evidenziato il fatto che i messaggi lanciati dai componenti della banca centrale erano sempre più contraddittori, un segnale di anarchia che il mercato non si può permettere, soprattutto in questa fase storica. 

Le critiche di Bernanke

Qualche settimana fa le dichiarazioni di Bernanke, ex numero uno della banca centrale Usa, avevano creato non poco clamore.

Stando a quanto da lui pubblicato per la Brookings Institution, ha sottolineato che le previsioni di lungo periodo elaborate dalla Fed a partire dal 2012 su produzione, disoccupazione e tassi di interesse sono state dettate da un ottimismo eccessivo creando perciò una discrepanza tra la teoria elaborata e la realtà dei fatti odierni, il che ha creato la situazione paradossale che stiamo vivendo attualmente e cioè una ritrosia generalizzata ad aumentare il costo del denaro anche da parte dei falchi stessi. 
Tornando all’analisi di Nielzen, l’idea che la Fed ha dato di sè al mondo è quella di una nave alla deriva in cui l’equipaggio parla a persone che dalla riva del mare danno le loro idee su cosa fare mentre il comandante è assente.

Un’opinione non certo lusinghiera ma che è confermata da più di un esempio; prima di tutto il fatto che in realtà le fragilità che successivamente sono state usate per spiegare il rallentamento del progetto, esistevano già quando, a dicembre, venne dato il via al primo rialzo dei tassi di interesse.
 

L'anarchia della Fed

Alla vigilia dei non farm payrolls di venerdì scorso, inoltre, Charles Evans, Della Fed di Chicago si era dichiarato contrario sul fronte dei rialzi:  l'economia Usa è ancora troppo debole e lo sarà per lungo tempo a causa di macrotrend contrari tra i quali l’invecchiamento della popolazione attiva e il calo degli investimenti privati mentre il vice di Janet Yellen, Stanley Fischer lasciava la porta aperta addirittura per una serie di rialzi prima della fine dell’anno.

Un atteggiamento che ha creato ancora più confusione all’interno della comunità finanziaria. Gli ultimi dati macro sulla creazione di nuovi posti di lavoro hanno deluso le attese con 151mila nuovi posti di lavoro creati su attese che partivano da almeno 180mila, numeri che hanno chiaramente spostato la linea d’azione verso dicembre e verso l’ultima riunione della Fed per questo 2016.
Ma anche in questo caso i margini per una decisione che porterà inevitabilmente qualche beccheggio sui mari dei mercati, sono limitati  dalle elezioni presidenziali, un fattore che, storicamente, di per sè, crea volatilità. Inutile, se non controproducente, puntare ad aggiungerne altra. 
Fonte: News Trend Online

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