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giovedì 29 settembre 2016

Petrolio in assestamento. I mercati non si fidano

Comincia a farsi strada un certo scetticismo sui reali effetti che l’intesa raggiunta ieri dai paesi Opec sul tetto alla produzione potrà avere sui corsi del greggio. Dopo il balzo seguito all’annuncio di ieri  (+6%), i futures  sul petrolio hanno battuto in ritirata durante la sessione asiatica in scia ai primi commenti degli analisti sulle modalità e sui tempi di applicazione dei nuovi provvedimenti.
Pesano anche le considerazioni sulla possibilità che una fase rialzista nel breve possa innescare una ripresa delle perforazioni.
Il Brent, benchmark globale, arretra a 48,65  dollari al barile negli ultimi minuti, dopo aver raggiunto nelle ore scorse quota 49,09 dollari, ai massimi dal 9 settembre.

Il WTI si assesta a 47,07 dollari, dopo aver toccato i 47,47 dollari, il prezzo più alto registrato dall’8 settembre.

La nuova intesa

Le dichiarazioni dei partecipanti al vertice Opec di Algeri (OPEC) lasciano intravedere la possibilità di una riduzione della produzione dagli attuali 33 milioni fino a 32,5 milioni di barili al giorno nel 2017, con una riduzione potenziale di 700.000-800.000 barili. 
Secondo quanto trapelato, l'accordo dovrebbe diventare ufficialmente effettivo al prossimo vertice del'organizzazione in calendario a Vienna a novembre.

Da quel momento, scatterebbero le trattative per un allargamento dell'intesa ai paesi non Opec. 
Decisivo nella riuscita delle il compromesso a sorpresa raggiunto da Arabia Saudita e Iran, il cui disaccordo aveva già provocato il fallimento dei negoziati al vertice dell'aprile scorso.  
Secondo quanto riportato dalla Cnbc, lo sforzo di raggiungere un punto di convergenza sarebbe stato favorito dalla necessità per i sauditi di mitigare gli effetti che il crollo degli ultimi due anni ha avuto sul bilancio statale di Rihad.

Il ruolo dei sauditi

Era stata proprio l'Arabia Saudita ad avviare nel 2014 una politica "lassista", basata sul presupposto che la produzione del greggio dovesse regolarsi da sé.

Ora tuttavia i vertici sauditi si trovano a fare i conti con le ripercussioni subite dalle loro stesse politiche. 
Il crollo dei prezzi ha finito col tempo per pesare proprio su Rihad. Le riserve in valuta estera del paese sono crollate del 20% negli ultimi due anni. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, lunedì scorso i vertici sauditi hanno annunciato un piano di tagli agli stipendi dei ministri e di riduzione dei benefit per i dipendenti pubblici, che costituiscono i due terzi della forsa lavoro del paese.
Da qui l’esisegenza di trovare un punto di mediazione con i rivali iraniani, impegnati da mesi in una corsa al recupero delle quote di produzione perdute a causa delle sanzioni internazionali.

Attualmente, la produzione iranianna ha raggiunto 3,6 milioni di barili al giorno.

Il diavolo è nei dettagli: i dubbi degli analisti

Ma gli esperti hanno commentato con una certa cautela la prima reazione euforica dei mercati. L’agenzia Reuters riporta il parere di Michael McCarthy, analista di CMC Markert.
“Quel che genera dubbi”, sostiene l’esperto “è la completa assenza di dettagli, inclusa la questione potenzialmente problematica su quali paesi porranno limiti alla produzione”. E l'arretramento delle ultime ore è un segnale che i mercati non si fidano. “L’assenza di chiarezza e di dettagli ha causato delle prese di profitto” sostiene Virendra Chauhan, analista di Energy Aspects. 
Secondo Ian Taylor, alla guida di Vitol Group BV, il più grande operatore petrolifero mondiale, il mercato del greggio rischia di rimanere satura fino al 2018 se i paesi produttori non cessano di inondare il mercato.

E nonostante l’intesa, “non ci sono buone ragioni per un rialzo sostanziale dei prezzi del petrolio”.

La view di Goldman Sachs

E in una nota inviata agli investitori, gli analisti di Goldman Sachs ribadiscono che la loro previsione, fornita alla vigilia del vertice, non sarà intaccata dall'accordo di Algeri.
Il broker prevede un prezzo intorno ai 43 dollari per la fine dell’anno - tagliando dunque una precedente stima di 50 dollari -  e una risalita verso i 53 dollari al barile nel 2017. 
"Se i tagli proposti vengono rigorosamente rispettati e supportano i prezzi, "sostengono gli analisti di Goldman, "tendiamo a credere che esso si riveli controproducente nel medio termine”.

Il timore è che "a una prima fase di risalita dei prezzi possa seguire come reazione una delle perforazioni in molti paesi”
Secondo Goldman Sachs, le cifre riportate circa l’intesa raggiunta manterrebbero in media la produzione del 2017 tra 480.000 e 980.000 barili al giorno al di sotto delle previsioni della banca.
“Rigorosamente applicate nella prima metà nel 2017,” calcolano dunque gli esperti, “le quote di produzione annunciate dovrebbero valere per i corsi del greggio da 7 a 10 dollari.” Ma restano i dubbi sull’effettiva adozione del provvedimento. Il rispetto delle quote è stato storicamente scarsamente rispettato” concludono gli analisti, “soprattutto quando la domanda di greggio non è debole”. 



Fonte: News Trend Online

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