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mercoledì 28 settembre 2016

Petrolio: fracking Usa in agguato

Il petrolio, con la perdita progressiva di fiducia sull'incontro Opec di Algeri potrebbe dover scontare nuove pressioni al ribasso. Tra gli altri attori in scena, adesso, anche i produttori Usa non ancora fuori gioco. le indivazioni di Carlo Vallotto Analista tecnico finanziario ed esperto nel settore delle commodities.
Fed e oro: cosa cambia dopo le ultime decisioni della banca centrale statunitense? 
La Federal Reserve nell’ultima riunione com’è noto non ha voluto inasprire la sua politica monetaria e le dichiarazioni del presidente Yellen, si sono mostrate come di consueto vaghe. Ci sono però anche di nuovo segnali “dovish” (ossia di una linea morbida), per cui le attese del mercato per dicembre restano praticamente invariate al 60%.  L’oro, come del resto l’intero comparto dei preziosi, ha reagito positivamente, anche se non con la consueta volatilità seguita alle precedenti comunicazioni della FED, ha inanellato un rally che lo ha portato in prossimità degli attuali massimi a $1.335. Le prospettive nel medio periodo rimangono leggermente favorevoli per il prezioso, che dal punto di vista tecnico a questi prezzi, rimane in territorio bullish. Gli operatori tenteranno di concentrarsi ora sulle presidenziali Usa, probabilmente driver importante per i mercati.
Petrolio: forze contrastanti aleggiano all’orizzonte: quali sono gli ultimi sviluppi?
Tutto dipenderà se vi saranno accordi sulle limitazioni (congelamento) della produzione di petrolio. L’Iran che oggi produce circa 33,5 milioni di barili al giorno, sembra sia considerato l’ago più importante della bilancia, da parte dell’Arabia Saudita sovrana dell’OPEC e nemico storico di Teheran. D’altra parte nel caso dell'Iran, sarebbe stata una grave perdita essendo i suoi impianti attivi in numero limitato, rispetto ai competitors come Russia Arabia e Kuwait che stanno al contrario pompando vicino ai regimi massimi, soprattutto dopo aver posto come target estrattivi oltre 4 milioni di barili al giorno. Da sottolineare che se i prezzi dovessero ritornare sopra i $50, si riaffaccerebbero anche le imprese di fracking Americane, che sono sopravvissute al crollo dei prezzi petroliferi, che al momento sono in sempre più in stand-by, al fine di poter reagire immediatamente con l'ampliamento della produzione.
Dall’Europa arrivano voci di problemi sul Natural Gas: facciamo chiarezza. Qual è il punto della situazione? 
La dipendenza dell'Unione europea (UE) dalle importazioni di energia, in particolare di petrolio e più recentemente di gas, è al centro delle preoccupazioni in merito alla sicurezza dell'approvvigionamento energetico. Sembra infatti che l’Olanda, attualmente il maggior produttore di NGas, abbia dichiarato che rimanga solo circa un 20% delle proprie riserve da estrarre. Il Governo olandese, a causa dei troppi terremoti conseguenti alle operazioni estrattive di gas naturale della Shell (Londra: RDSB.L - notizie) e della ExxonMobil nell'area di Groningen, ha inoltre ulteriormente limitato la produzione di gas naturale dai 36,4 miliardi di metri cubi  stabiliti nel 2015 agli attuali 24 miliardi di metri cubi. Ora, nonostante negli ultimi anni l’Europa sia riuscita a limitare i consumi di gas, dopo questa decisione olandese, potrebbe rivelarsi necessario un aumento delle importazioni dalla Russia, con le naturali conseguenze geopolitiche derivanti da una richiesta di questo tipo. 
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