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mercoledì 28 settembre 2016

Petrolio da trading

Daniel Settembre

martedì 27 settembre 2016

Sono giorni caldi per il petrolio. I prezzi, infatti, si stanno muovendo al rialzo, in concomitanza con il Forum Internazionale dell'Energia che si tiene ad Algeri. Fino a mercoledì 28 proseguirà l’incontro “informale” tra i principali Paesi esportatori durante il quale si cercherà una soluzione per far risalire i prezzi e sbloccare l’impasse tra i Paesi produttori, dopo i fallimenti dei vertici OPEC.
Tuttavia, le distanze tra Arabia Saudita e Iran, quest’ultimo poco disponibile a un congelamento della produzione a poco tempo di distanza dal ritiro delle sanzioni, resta ancora sensibili. Cosa accadrà? E nel più lungo periodo? “Credo che l’offerta rimarrà abbondante per un bel po’ di tempo, anche se si sta delineando un maggior equilibrio”, sottolinea Maurizio Mazziero, fondatore diMazziero Research, che proprio nei giorni scorsi ha spiegato la sua visione a un nutrito parterre di investor managers, raccolto a Milano da Etf Securities. 

Dott. Mazziero, partiamo dal vertice di Algeri, cosa si aspetta?

Il tentativo per giungere a una limitazione della produzione da parte dei membri Opec sinora non ha sortito alcun effetto. Difficilmente una soluzione potrà arrivare nel breve termine, quindi ad Algeri. Vi sono paesi produttori, soprattutto l’Iran, che non hanno intenzione di diminuire il numero di barili estratti. Le dichiarazioni che arriveranno da Algeri o in occasione del prossimo meeting Opec, che si terrà a Vienna il 30 novembre, non credo incideranno molto sull’offerta di petrolio.

Con quali conseguenze?

Guardando ai dati rilevati da IEA e Opec – seppur con delle piccole differenze in termini di cifre – emerge che il mercato si sta avviando verso un equilibrio tra produzione consumo. Ma il vero problema vero è relativo alle scorte che nel tempo si sono accumulate (vedi slide qui sotto, ndr). Più che di un equilibrio ci sarebbe infatti bisogno di un taglio di almeno un 1-1,5 milioni di barili al giorno rispetto al consumo, per poter così vedere una riduzione delle scorte. Fino a che non avremo questa sensibile riduzione il mercato rimarrà debole.




Quanto incide in questo scenario il recente boom dello shale oil?

La recente pressione ai prezzi del petrolio è nata proprio a causa della forte produzione di shale oil che si è avuta da metà del 2012 a metà del 2015 negli Usa (un aumento del +62% in 3 anni). Il tutto ruota attorno all’Opec e al ruolo dell’Arabia Saudita. L’Opec è infatti un’organizzazione che ha lo scopo di stabilizzare i prezzi del mercato del petrolio: partendo da una stima di quella che è la produzione dei Paesi non-Opec, l’organizzazione cerca di adeguare la produzione dei Paesi aderenti per raggiungere un equilibro tra domande e offerta. È però vero che negli anni le quote di produzione assegnate ai singoli Paesi venivano raramente rispettate. E in questo sfasamento si inseriva l’Arabia Saudita che operava un riequilibrio. Cosa è cambiato? In seguito al grosso aumento della produzione americana, l’Arabia Saudita per operare quel ruolo di cuscinetto avrebbe dovuto ridurre in maniera significativa la produzione, a discapito delle sue quote di mercato.

Quindi?

A questo punto l’Arabia Saudita ha cercato di fare un’operazione di dumping nei confronti degli Stati Uniti. E cioè un’esportazione di merci a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno o su un altro mercato, oppure addirittura sotto costo, da parte di trust già padroni del mercato interno, allo scopo d'impadronirsi dei mercati esteri. Un’azione che ha avuto solo parziale successo su alcuni tipi di produzione, visto che dal 2015 ad oggi la produzione statunitense passata da 9,6 milioni di barili agli 8,5 milioni, ma non è stata così incisiva come ci si poteva aspettare (vedi slide qui sotto ndr). Secondo i dati elaborati da Baker Huges, inoltre, delle 1.600 pozzi statunitensi nel 2015 c’è stata un calo fino a 300 pozzi di giugno 2016, per poi risalire di 100 unità fino a 416 di agosto scorso. Concludendo, è chiaro che se a un certo punto si arriverà a un calo deciso della produzione, i prezzi potrebbero sì aumentare, ma è certo che aumenterà anche la produzione dello shale oil americano perché questi tipi di pozzi, chiamati anche “swing oil”, sono famosi per la loro facilità di utilizzo e spegnimento.



Di fronte a questa “impasse” sarà possibile in futuro rivedere i prezzi del petrolio sopra i 100 dollari al barile?

Penso ci possa essere una zona di oscillazione principale, compresa tra i 38 e i 52 dollari, sulla quale si innesteranno dei “momenti” in cui gli esponenti Opec faranno presagire al mercato una qualche via d’uscita. Quotazioni che in ogni caso molto probabilmente rimarranno prigioniere di questa zona (vedi slide qui sotto ndr). In caso di riduzione della produzione, e quindi di una decisione concreta - seppur improbabile – che potrebbe arrivare dai vari vertici in agenda, è possibile che i prezzi saliranno sopra i 52 dollari, posizionandosi nella zona di oscillazione tra 52-62 dollari al barile. Non è escluso, invece, che in caso di recessione o rallentamento economica e di accordi sulla produzione inconcludenti, i prezzi possano scendere anche al di sotto della zona principale, e cioè tra i 30 e i 38 dollari al barile.



In caso i prezzi restino tra i 38 e i 52 dollari al barile, quindi nella zona di oscillazione principale, quali sarebbero i Paesi che ne beneficerebbero?

L’attuale prezzo del barile favorisce i Paesi sviluppati, e certamente non i Paesi produttori, in particolar modo l’Opec. Discorso diverso per gli Stati Uniti, perché sono un Paese che consuma una grande quantità di energia e quindi un basso prezzo del petrolio per loro è una cosa positiva, al di là delle problematiche che questo comporta per il settore Energy & Oil. Inoltre, è una condizione che favorisce l’Europa, un’area debitrice di oil e che quindi trarrebbe vantaggio dai prezzi bassi del petrolio.


In ottica finanziaria, come si deve comportare chi volesse investire su questa materia prima?

Il “buy and hold” in questo caso non può funzionare. Chi vuole puntare sul petrolio deve agire in ottica di breve termine, dal momento che siamo in presenza di una curva forward in contango, sia per il Wti che per il Brent. Tenere il petrolio solo perché si pensa che le attuali quotazioni siano favorevoli è una mossa che alla fine porta a erodere il proprio capitale. Si può agire in ottica di trading, andando long quando i prezzi si avvicinano alla soglia di 40-42 dollari e andando short, o chiudendo la posizione, quando i prezzi oscillano vicino a 48-50 dollari al barile.

http://news.itforum.it/

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