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mercoledì 14 settembre 2016

Peggiora la situazione di Mps: troppi i dubbi e le "sofferenze"


La maledizione che aleggia sulla banca più antica del mondo, continua.

La situazione di Mps

Dopo le dimissioni del suo ad Fabrizio Viola e la nomina di Marco Morelli in arrivo con il cda di oggi, arriva anche la notizia secondo cui gli investitori, vista la situazione del comparto in generale e quella dell'istituto senese in particolare, avrebbero più di un dubbio nell'avallare le operazioni di ricapitalizzazione.
45 miliardi di crediti in sofferenza sono troppi a prescindere dal piano di ristrutturazione e dalla sua (finora non testata) capacità di centrare il target. Così come anche non convince nemmeno il fatto che la maggior parte dei crediti in sofferenza è stata scorporata in un veicolo creato ad hoc.

Anche perché oltre a dover sostenere questo peso, ci sarebbero anche i 5 miliardi di ricapitalizzazione vera e propria, soldi che si vanno ad aggiungere alle precedenti, due delle quali (3 e 5 miliardi) varate consecutivamente nel 2014, somma che sarà ancora più difficile da trovare visto che la rivale Unicredit si sta muovendo all'unisono sullo stesso terreno e per gli stessi motivi.
Ed è proprio questa incapacità di far fruttare la liquidità precedentemente immessa a bloccare gli entusiasmi presenti.

Le paure degli investitori

Un blocco che si cementifica di fronte alla sproporzione tra i 5 miliardi chiesti al mercato e il valore effettivo dell'istituto che non va oltre i 679 milioni.

Non solo, ma a peggiorare la situazione rendendola ancora più pesante, ci sarebbero anche le conseguenze che si abbatterebbero sul mercato, sull'economia italiana e sul settore bancario europeo nel caso in cui si verificasse il fallimento di questo piano di ristrutturazione. Il groviglio, infatti, qualora non si riuscisse a salvare Mps con le regole del mercato, vede l'intervento del governo italiano il quale, a sua volta, avrebbe le mani legate dalla duplice zavorra di un debito record che continua a crescere e che non permette nessun margine di manovra e di spesa nemmeno per gli investimenti più urgenti e necessari, ma anche dalle regole Ue che vietano aiuti di stato, a meno che non si evidenzino ripercussioni sistemiche.

Cosa che per Mps si potrebbe facilmente prefigurare dal momento che moltissimi investitori e risparmiatori vedrebbero in pericolo i propri capitali. Ma qui si apre un secondo scenario: anche ammettendo un salvataggiosecondo le regle del bail in, regole che chiamano in causa obbligazionisti e azionisti, verrebbe coinvolta una larga parte della popolazione italiana che proprio in Mps ha investito.
Il nuovo ad, Morelli, dovrà perciò riorganizzare il tutto in modo da concretizzare i suoi appoggi politici ma anche la tempistica dell'intera operazione, tempistica che, alla luce di questi ultimi sviluppi, potrebbe arrivare a chiudersi non prima del primo trimestre dell'anno prossimo.

A proposito di salvataggi... 

Intanto, sempre in tema di salvataggi, la strategia messa sul tavolo da chi di dovere per riorganizzare il fronte delle 4 banche salvate alla fine del 2015 (Banca Marche, Etruria, Cariferrara, Carichieti) adesso appare più strutturata rispetto ai provvedimenti adottati in quell’infausto novembre dell’anno scorso.
A luglio di quest'anno si era visto un interesse troppo tiepido sul lato economico, da parte dei fondi Apollo e Lone Star che avevano offerto non più di 400 milioni per un controvalore di 1 miliardo e 400 milioni.

Troppo poco per non essere accusati di svendita e per questo motivo da Bankitalia si preferì cambiare strada e scegliere per una strategia più complessa onde evitare due conseguenze gravissime: la prima era quella di dar vita ad un’operazione potenzialmente criticabile come quella di quell’infausto novembre del 2015 il cui scopo, in teoria, sarebbe stato quello di salvare le 4 banche in questione.
La seconda, molto più concreta: vendendo sotto prezzo ai fondi le 4 good bank, le altre banche italiane avrebbero dovuto farsi carico del restante miliardo. Troppo per un settore che è da tempo in crisi e in lotta per far quadrare (letteralmente) i conti come dimostra Unicredit che sembra, stando a indiscrezioni di stampa, essersi opposta anche al piano B e cioè quella di far partecipare il Fondo Tutela dei depositi.

Extrema ratio che però non a tutti piace. Anche perchè da parte sua Unicredit si trova a dover gestire una lunga e complessa manovra di dismissioni. Nel frattempo le quattro good bank in questione hanno chiuso il primo semestre in perdita: numeri alla mano si parla di qualcosa come 133,9 milioni lordi. 
Fonte: News Trend Online

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