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venerdì 16 settembre 2016

Nuove delusioni dagli Usa


La giornata è  iniziata con un tono uggioso, in Asia. La chiusura per festività  dei mercati locali cinesi e di Taiwan (anche domani) ha azzoppato l’attività. Tokyo continua a soffrire dell’erraticità  delle attese sul meeting BOJ del 21 settembre, con relativo  impatto sulla divisa.
Vista la contraddittorietà  delle indiscrezioni, comincia a circolare l’idea che l’ “assessment” potrebbe concludersi con modeste modifiche al policy mix (magari un ulteriore discesa in negativo dei tassi) o peggio col giudizio che la politica monetaria è efficace e si tratta di solo aspettare.

Il dibattito sulla ripidità della curva sembra indicare che il QE verrà eventualmente modificato solo nella composizione, o peggio snellito.
Personalmente, mi domando se la BOJ, una montagna che in passato ci aveva abituato a mosse robuste, vorrà partorire un altro topolino.
Spero che la cacofonia che tracima sui media abbia la  funzione di mantenere le attese su livelli moderati, e non sia davvero rappresentativa del consenso interno al board.
In attesa dell’infornata di dati del pomeriggio in US, i mercati europei non hanno offerto granchè stamattina, in termini di direzionalità.

Tendenza all’indebolimento dell’obbligazionario continentale con accenti nuovamente sul long end, e, dal punto di vista geografico,  sui periferici.
Alle 14.30, showdown.
  • Le retail sales US di agosto hanno nuovamente deluso, in particolare nel dato depurato delle componenti volatili (auto e gas) e nel Control Group, che entra direttamente nel calcolo del GDP (rispettivamente -0.1% da -0.1% e vs attese per +0.3%, e -0.1% da -0.1% ee vs attese per +0.4%).

    Sembra evidente che il consumatore americano nel terzo trimestre si sta dando una bella calmata, dopo un secondo trimestre spumeggiante. Se in questo caso un po’ di pausa era da attendersi, il dato non migliora certo un quadro macro  US che sta dando vari segnali di perdita di momentum.
  • Non va granchè meglio la produzione industriale di agosto,  in calo di 0.4% da un +0.6% di luglio e vs attese per -0.2%.
    Ugualmente debole quella manifatturiera, a dimostrazione di un settore nuovamente in difficoltà.
  • Prezzi alla produzione invariati,  ma il dato core ha dato segnali di risveglio. Tra le survey di attività resta debole  quella di NY (Empire manufacturing) mentre il Philly Fed mette a segno un bel recupero (12.8 da prec 2 e vs attese per 1) ma i sottoindici raccontano  una storia meno positiva, con i new orders a +1.4 da -7.2, ma gli shipments a -8.8 da +8.4.

    Employment balza di 15 punti ma resta negativo a -5.
In generale , nulla che possa scacciare l’aura di mediocrità che avvolge l’economia US da fine luglio. Infatti il Citi Surprise index perde altri 3.5 punti a -9.5 (era sopra +40 a metà  estate e a +13 a inizio mese) e il modello della Fed di Atlanta ha ridotto di altri 0.3 punti il tracking del GDP per il trimestre in corso (attualmente al 3%).
Peraltro, le news hanno limato ulteriormente le probabilità  attribuite ad un rialzo dei Fed Funds a settembre (18%) ed entro il 2016 (51%),  un movimento che è piaciuto in particolare agli emergenti.
Dopo qualche titubanza, anche Wall Street ha imboccato decisamente la via del rialzo,  vuoi per il rientro dei timori sul FOMC, vuoi per l’azione del supporto tecnico citato ieri.

Qualunque sia il motivo, il rimbalzo ha concesso, ad un Europa tornata il vaso di coccio tra i vasi di ferro, di interrompere a 5 la serie di sedute in calo, dopo aver passato il grosso della giornata in rosso.
Meno positivo l’epilogo per i periferici che vedono i rispettivi spread perdere nuovamente terreno conto la carta tedesca.
 Giornata difficile  per la Grecia (2 anni +  47 bp, 10y +10 bp) il  cui muro contro muro con l’IMF rischia di mandare in stallo il  programma di assistenza. Debole il Portogallo (10y + 15 bp) da giorni sotto il fuoco di fila delle agenzie di rating (Moody’s e Dbrs ).

E anche lo spread BTP bund è tornato a quota 130,  abbandonata a luglio, oppresso dal focus degli esteri sul referendum (cominciano a fioccare le previsioni di una vittoria del NO).
Casi specifici a parte, l’impressione è che il recente disamoramento, da parte degli investitori, per alcuni emittenti periferici possa essere anch’esso in parte ricondotto all’ affermarsi, dell’idea che,  sul  fronte dello supporto alla crescita, il testimone debba inevitabilmente passare più o meno ovunque dalle politiche monetarie alle politiche fiscali.
Durante la conference di Draghi, la scorsa settimana, è  apparso  evidento lo sforzo del  Presidente ECB di rafforzare proprio questo concetto.
Ergo,  dopo aver fattorizzato nelle curve un minor ricorso al quantitative easing (in particolare sul long end) e un aumento delle emissioni globali per finanziare i deficit, il mercato si è messo a penalizzare quegli emittenti che hanno meno margine di manovra sul  fronte fiscale.

Normale che il Belpaese ci vada di mezzo, insieme coi soliti sospetti, mentre eventualmente alla Spagna, che condivide le difficoltà fiscali, viene però  riconosciuto il vantaggio del solido tasso di crescita.  Ciò presumibilmente contribuisce a spiegare l’ultima gamba di outperformance dei Bonos, rispetto al BTP.
In generale, sembra che lo spread periferici stia tornando progressivamente sul radar screen degli investitori.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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