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mercoledì 7 settembre 2016

Nel cestino il rialzo dei tassi e la credibilità Fed


Ieri i mercati azionari hanno ripetuto, pari pari, la scena recitata venerdì scorso. Stesso film, stesso copione.
Giornata timidamente positiva per i mercati europei ed apertura in modesto rialzo per Wall Street fino alle 16, quando il menù di giornata prevedeva l’indice ISM servizi di agosto.
E’ un indice che rileva la percezione dello stato di salute dell’economia USA da parte dei Direttori agli acquisti di un nutrito campione di imprese dell’ampio e variegato  settore terziario e segue tradizionalmente di un paio di sedute quello manifatturiero. L’ISM manifatturiero, venerdì scorso, uscendo in pesante calo e sotto il livello di 50, che separa il paradiso delle attese di crescita dall’inferno delle attese di rallentamento, tramortì i mercati, fece perdere agli indici europei quel che guadagnavano fino a quel momento e segnò un brusco arretramento iniziale da parte dell’indice USA SP500.

Poi, a mercati europei chiusi, gli operatori americani cominciarono a scontare una forte riduzione di probabilità di rialzo dei tassi da parte della FED nella prossima riunione del 21 settembre e consentirono un deciso recupero da parte dell’indice, concentrandosi più sull’effetto positivo di breve sui tassi che sulle conseguenze di medio periodo sulla crescita americana.
La stessa cosa è successa ieri.
L’indice ISM servizi è uscito alle 16 in pesante calo, ben oltre le attese degli analisti (51,4 punti contro i 55,5 di luglio ed i 54,9 attesi). L’indice rimane ancora sopra lo spartiacque dei 50 punti, ma il calo è pesante, poiché raggiunge livelli che non si vedevano dal febbraio 2010 e interessa tutti i sottoindici che fotografano le singole componenti.
Anche ieri le borse europee si sono spaventate, azzerando la positività fino a quel momento mostrata (il nostro Ftse-Mib, nuovamente il peggiore d’Europa, ha addirittura chiuso a -0,8%), ed anche SP500 ha inizialmente accusato il colpo.

Poi, come venerdì scorso, dopo la chiusura europea i mercati USA hanno cominciato un lento e costante recupero, fino a chiudere in positivo e non troppo distanti dai massimi assoluti (2.186,5 per SP500, a soli 7 punti dal suo record storico).
Anche ieri ha prevalso l’ottica di breve termine, concentrata sugli effetti che i dati possono avere sulla decisione FED tra due settimane.
E’ evidente che i motivi per alzare i tassi sono tramontati definitivamente ed i mercati possono ora contare su una finestra di tranquillità monetaria di circa tre mesi.

Anzi, dato che l’effetto di questi eventi (la debolezza del ciclo economico USA e la stabilità dei tassi) favoriscono un calo del dollaro, che ieri appunto ha visto il suo cambio EUR/USD risalire oltre 1,12, le borse azionarie ricevono ancora un piccolo aiutino speculativo di breve termine, che potrebbe favorire nei prossimi giorni la realizzazione di un nuovo record assoluto da parte degli indici USA.
Ma, se apriamo la prospettiva alle prossime settimane anziché solo ai prossimi giorni, saltano alla mente parecchi interrogativi sulla sostenibilità futura dei livelli raggiunti dai mercati azionari.
Il primo dubbio, e per oggi mi fermo a questo, tanto avremo occasione di trattare gli altri nel prossimo futuro, è relativo alla capacità di interpretazione della situazione da parte della FED.

Solo pochi giorni fa abbiamo visto parecchi membri della FED e la stessa Yellen manifestare fiducia sulla ritrovata solidità della crescita americana nella seconda parte dell’anno. Al punto da accreditare come possibile anche il rialzo dei tassi a settembre. Fisher, il vicepresidente FED, che proprio l’ultimo non è, non ha escluso 8 giorni fa nemmeno un duplice rialzo, a settembre e dicembre.
Subito dopo queste affermazioni è arrivata una sfilza di dati molto deludenti, che hanno buttano nel cestino tutte le dichiarazioni dei membri FED. Io mi chiedo come sia possibile che il fior fiore dei professoroni americani, profumatamente pagati per dirigere la banca centrale più potente del mondo, con i massimi strumenti di previsione e l’accesso a tutte le fonti privilegiate di informazione che nessun altro si sogna, prendano simili cantonate? Siamo certi di essere in buone mani? Oppure stiamo per rivedere la penosa scena dell’estate 2007, quando a Ben Bernanke, il predecessore di Yellen, venne chiesto quale impatto avrebbero avuto i fallimenti bancari che cominciavano ad essere significativi? Rispose che secondo i loro studi, i fallimenti bancari in USA avrebbero comportato perdite tra i 100 ed i 200 miliardi di dollari, una cifra ampiamente sostenibile da parte del sistema bancario americano, che era solido.
Quel che successe dopo molti se lo ricordano.

Bear Sterns, Lehmann, e tutto il resto. Il conto delle perdite sul sistema bancario americano arrivò a quasi 3.000 miliardi di dollari, e fu riversato sulla collettività e sul resto del mondo, esportando la peggior recessione dopo quella del 1929, dalla quale in Europa non siamo ancora pienamente usciti.
Nessuno chiese mai conto a Bernanke di questa dichiarazione.
Andò in pensione come il salvatore del sistema perché stampò 3.500 miliardi di dollari per nascondere le perdite.
Io però non l’ho dimenticato e mi corre un brivido lungo la schiena quando sento certe dichiarazioni da parte dei membri FED e vedo dati che le smentiscono clamorosamente.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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