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lunedì 26 settembre 2016

Mercati al bivio dopo le dichiarazioni delle banche centrali


C’era una certa eccitazione mercoledì, prima dell’annuncio della Fed. Gli operatori fremevano all’idea di un rialzo dei tassi d’interesse da parte della banca centrale USA. I futures sui Fed Funds scontavano probabilità bassissime (inferiori al 15%) di un ritocco all’insù del costo del denaro che, proprio perché “imprevisto”, avrebbe avuto un grande impatto sull’andamento dei mercati.
Il pensiero di un possibile rialzo dei tassi si era insinuato nella mente degli operatori dopo i dati sull’inflazione di agosto, salita dell’1.1% nei dodici mesi precedenti considerando l’economia nel suo insieme, ma balzata di ben il 2.3%, ex food & energy, non considerando il tonfo del 9.2% dei prezzi dell’energia.

La componente “cibo” ha registrato prezzi invariati, dunque ininfluente.
Il tasso di disoccupazione USA al 4.9%, con una media di 180.000 nuovi impiegati nel 2016, centra pienamente uno degli obiettivi che la Fed si era data anni fa per normalizzare il costo del denaro. L’economia USA avanza a un passo dell’1.1% all’anno, non entusiasmante, ma neanche così spaventoso da giustificare tassi d’interesse allo 0,5% ancora vicini ai minimi storici.
Probabilmente, a smorzare l’entusiasmo sono stati produzione industriale, in ritirata dello 0,4% nel mese d’agosto, vendite al dettaglio USA calate dello 0.3% nel mese d’agosto che offuscano il timido rialzo dello 0,1% nel mese di luglio, e prezzi della produzione industriale piatti in agosto, dopo il più forte calo in 10 mesi, nel mese di luglio.
Oltre a questo, l’incognita delle elezioni presidenziali USA l’8 novembre, sebbene il Presidente della Fed Janet Yellen abbia ribadito strenuamente l’indipendenza politica della banca centrale USA.
Il nulla di fatto della Fed era già in gran parte nei prezzi e per questo la reazione del mercato si è materializzata in un leggero respiro di sollievo, con mercati azionari e dei Titoli di Stato in rimbalzo tecnico, dollaro in calo e valute mergenti in leggero recupero.
Sempre mercoledì 21 settembre, all’alba in Europa, c’era grande attesa per le decisioni della BOJ banca centrale giapponese che, dopo otto anni dallo scoppio della crisi finanziaria globale, combatte con la deflazione (-0.4% il tasso d’inflazione) nonostante l’enorme piano di stimoli finanziari all’economia.
Anche in questo caso, nulla di fatto sui tassi d’interesse, fermi al -0.1%, e sul piano di espansione monetaria, che ammonta a circa 700 miliardi di euro all’anno.

Unica novità rilevante, la dichiarazione della banca centrale giapponese di sottopesare gli acquisti di Titoli di Stato a lunga scadenza, in modo da mantenerne il rendimento al di sopra dello zero, cosa che altrimenti metterebbe in pericolo la sopravvivenza delle banche nipponiche.
Cosa dunque potrebbe cambiare questa situazione di immobilismo che si protrae da anni?
Uno spunto molto forte è arrivato dalle parole del Presidente BCE Mario Draghi che più volte ha fatto appello alla collaborazione dei Governi nel rilanciare l’economia.

L’espansione fiscale potrebbe essere la chiave di volta: alleggerendo la pressione fiscale gli Stati metterebbero i consumatori in condizione di spendere, rianimando così l’economia.
Non a caso, il taglio delle tasse è uno dei cavalli di battaglia di Trump che, nelle ultime settimane, sta superando la popolarità della Clinton nei sondaggi.
La cosiddetta reflazione, una nuova moderata e salutare ripresa dell’inflazione che segue a una fase di deflazione (presente), potrebbe seguir la via delle politiche fiscali.
Lo scenario peggiore sarebbe invece quello evocato all’inizio dell’estate dall’ex Presidente della Fed Alan Greenspan all’inizio dell’estate: la stagflazione, stagnazione economica accompagnata dall’inflazione che sta iniziando a risvegliarsi.

Operativamente e per concludere

Petrolio ed energia tornano sotto i riflettori con la riunione informale dell’Opec settimana prossima ad Algeri.

I prezzi del crude oil dal 16 settembre sono risaliti da 42.70 dollari al barile a 46.50, per poi scivolare a 44.60 dollari al barile nella giornata di venerdì, in scia alle speculazioni su possibili congelamenti della produzione e successive smentite.
L’andamento dei prezzi dell’energia è uno dei fattori chiave degli sviluppi dell’inflazione, dunque determinante per le prossime azioni delle Banche Centrali e di conseguenza per l’andamento dei corsi azionari e obbligazionari.

 Andrà seguito da vicino.
Se i prezzi dell’energia risalissero, la Fed avrebbe la strada spianata per rialzare i tassi, cosa che indirettamente influenzerebbe le altre banche centrali mondiali.
I tassi tenuti artificialmente prossimi allo zero hanno creato una forte asimmetria sul rapporto rischio/rendimento delle attività finanziarie.
Chi compra Titoli di Stato Europei e Giapponesi  oggi ha la certezza di rendimenti molto limitati, se non negativi, a fronte di rischi crescenti.
Sulle scadenze brevi i rendimenti sono negativi, mentre se si comprano le scadenze lunghe ci si espone al rischio di un rialzo dei tassi d’interesse che farebbe immediatamente scendere di prezzo il corso dell’obbligazione.

Come è successo il mese scorso al decennale giapponese, il cui rendimento è risalito dal -0.30% allo zero, a scapito del prezzo.
Strategicamente, ha dunque senso mettersi al ribasso di duration, ma facendo attenzione al timing: in caso di volatilità sui mercati azionari, i Titoli di Stato e i corporate oggetto di acquisti da parte delle Banche Centrali si rivelano ancora rifugio efficace.
Oltre al prezzo dell’energia, la geopolitica è l’altro catalizzatore che potrebbe di colpo stravolgere il comportamento finora monastico delle banche centrali.

Cosa succederebbe negli USA con una vittoria di Trump?
In questo scenario di grande incertezza monetaria e geopolitica la prudenza è d’obbligo.
Le opportunità si trovano più su singole storie societarie, singole valute emergenti, nel trading al  rialzo e al ribasso, più che nel “buy & hold” di interi indici, come negli ultimi anni.
La volatilità sull’indice S&P500, dopo essere balzata da 11 a 20 nella prima parte di settembre, è ritornata in area 12, con l’indice USA ritornato in prossimità dei massimi.
L’acquisto di volatilità, sui minimi di periodo, può essere un’opportunità di copertura dei portafogli.
Sul cambio Euro/Dollaro USA, rimane valido il trading range 1.09-1.15, in attesa di un forte movimento direzionale.
I mercati sono stati a lungo avvisati dalle banche centrali.

Come nella favola di Esopo, chi per troppo tempo grida “al lupo, al lupo!” non viene più creduto. Ma, prima o poi, il lupo arriva.
Fonte: News Trend Online

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