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lunedì 19 settembre 2016

Le elezioni statunitensi e i vostri investimenti

Nota dell’editore: la nostra discussione su temi politici e sulle elezioni si concentra meramente sul potenziale impatto sui mercati. Il mercato azionario non preferisce alcun partito e credere nella superiorità di un gruppo politico rispetto ad un altro può far nascere pregiudizi, che sono una fonte importante di errori d’investimento.
Ecco a voi una dichiarazione tipica che caratterizza gli anni delle elezioni presidenziali negli USA: “Spero che vinca quel candidato, perché è esattamente ciò di cui ha bisogno l’economia per riprendere velocità! Tale candidato farà un gran bene al mercato azionario!” 
Durante le primarie e in questo momento, in vista delle elezioni generali, i candidati si sono abbandonati a declami sui loro programmi per fare accelerare l’economia una volta eletti alla Casa Bianca.

Al contempo, si sprecano le ipotesi su quale candidato o partito sarà un toccasana per economia e azioni.
Né le promesse da campagna elettorale, che tantomeno i partiti politici, hanno una grande influenza. Molte delle promesse non sono mantenute o sono pesantemente diluite e, dopo tutto, la politica non è che uno degli elementi che trainano i rendimenti di mercato.
Che si amino o si odino le proposte economiche di un candidato, prendere decisioni d’investimento unicamente sulla base della personalità del presidente o del partito che controlla la Casa Bianca è una vera ricetta per il fallimento.

Le promesse elettorali raramente sono mantenute

In tutto il mondo, durante i periodi elettorali gli investitori regolarmente sostengono o deridono ogni nuovo governo, a seconda delle loro preferenze politiche, pensando che sarà un bene o un male per l’economia.

Negli USA, la maggior parte delle promesse fatte durante la campagna elettorale non diventano realtà. Basti pensare agli ultimi quattro presidenti: Barack Obama aveva previsto di avviare un boom delle energie rinnovabili con l’imposizione di una tassa aggiuntiva sugli utili delle società petrolifere; George W.
Bush (Bush 43) aveva proposto una parziale privatizzazione della previdenza sociale per ripagare una fetta del debito federale; Bill Clinton voleva una sistema sanitario nazionale con contribuente unico, sostegno per le aziende e maggiore impiego nel settore manifatturiero e George H. W. Bush (Bush 41) si era proposto di tenere sotto controllo la tassazione.
Nessuna di queste iniziative si è materializzata.

Solyndra, il gioiellino ecologico dell’amministrazione Obama, è fallito (seguito da altri) e la famosa tassa aggiuntiva sugli utili è svanita nel nulla. La previdenza sociale continua ad essere pubblica e il debito USA è cresciuto durante Bush 43. L’occupazione manifatturiera durante l’era Clinton è calata e la riforma della sanità è giunta solo 18 anni dopo la sua elezione e comunque in forma molto ridotta e tutti ricorderanno che Bush 41 ha tradito la sua dichiarazione preferita “Read my lips.

No new taxes!” (ascoltate bene, niente nuove tasse!). Chiunque abbia basato le proprie decisioni d’investimento unicamente sulle parole di queste persone in campagna elettorale ha incassato una cocente delusione.
Malgrado la storia, però, i pregiudizi legati ai partiti spesso conducono gli investitori a sopravvalutare le promesse dei politici e il loro impatto.
Molti americani che preferiscono il partito Repubblicano e che prendono sul serio la retorica di campagna elettorale sono certi che il loro partito sia fondamentalmente pro-aziende e che quindi sia meglio per il mercato azionario e che i presidenti Democratici tendano a non fare bene ai mercati. Quanto agli investitori più favorevoli ai Democratici, questi ricordano rendimenti più solidi durante gli anni di presidenza Democratica, a sostegno del loro sentiment rialzista, facendo volentieri notare i risultati tipicamente sotto le aspettative durante le amministrazioni Repubblicane.

Analisi Storica: performance di mercato durante le varie amministrazioni

Contrariamente ai timori più diffusi, nessun partito “fa male alle azioni.” Le amministrazioni Democratiche hanno coinciso con buoni rendimenti, smentendo la nozione che siano negative per i mercati.

Dal 1926, durante gli anni in cui gli USA sono stati guidati da un presidente Democratico, le azioni sono salite nel 79% dei casi.i Le amministrazioni Repubblicane sono state anch’esse caratterizzate da buoni rendimenti per la maggiore parte del tempo (67%).ii Da un confronto più dettagliato sembra vincere la frangia Democratica, ma si tratta di una visione troppo limitata.
Anche se né i Democratici, né i Repubblicani “fanno male alle azioni” in modo categorico, i dati non dimostrano la superiorità di un partito rispetto all’altro.
Grafico 1: Rendimenti per Presidente/Partito
Fonte: Global Financial Data, Inc., al 23/08/2016.

S&P 500 price returns, 04/03/1929 - 23/08/2016. Presentiamo queste informazioni con Kennedy/Johnson e Nixon/Ford separati (in corsivo) e uniti (grassetto), poiché queste amministrazioni hanno rappresentato un periodo consecutivo di otto anni sotto la guida dello lo stesso partito, nonostante l’avvicendamento del presidente senza il passaggio elettorale. 
I rendimenti sono indicati in dollari USA e le fluttuazioni tra euro e dollaro possono avere un impatto sui rendimenti.
*Si tratta degli ultimi dati completi disponibili, poiché Obama sarà presidente fino al 19/01/2017.

Periodi di presidenza Repubblicana

Consideriamo i rendimenti durante il mandato del presidente Herbert Hoover (e speriamo che non si ripetano mai più).

Durante la sua presidenza i mercati hanno subito un forte calo, ma non dimentichiamo che era il periodo della Grande Depressione. Anche se il presidente ha sicuramente fatto qualche errore (sottoscrivere il Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 ne è un brillante esempio), come dimostrano i leggendari economisti Milton Friedman e Anna Schwartz nella loro opera fondamentale A Monetary History of the United States, la colpa principale del pesante calo economico del -77,1% nei rendimenti dell’S&P 500 dal 1929-1933 è attribuita alla politica monetaria troppo rigida applicata dalla Fed all’epoca.

Questa teoria è ampiamente accettata oggi e persino l’ex presidente della Fed, Ben Bernanke, l’ha citata nel concludere un discorso durante le celebrazioni del 90° compleanno di Friedman nel 2002:
Vorrei concludere il mio discorso abusando un po’ della mia posizione di rappresentate ufficiale della Federal Reserve.
Vorrei dire a Milton e Anna: quanto alla Grande Depressione, avete ragione, è stata colpa nostra. Ci spiace moltissimo, ma grazie a voi, non lo faremo più.
I rendimenti durante il mandato di Franklin D. Roosevelt potrebbero sembrare meravigliosi, e in effetti sono di gran lunga migliori rispetto a quelli sotto Hoovers, ma Roosevelt ha governato per 12 anni.

Se raffrontiamo i rendimenti annuali durante la sua presidenza (6,2%), essi sono inferiori a quelli di George H. W. Bush (Bush 41, 11%), di Ronald Reagan (10,2%) e di Dwight Eisenhower (10,9%).i Inoltre, Reagan è diventato presidente nel mezzo di un mercato ribassista iniziato con Jimmy Carter e George W.
Bush (Bush 43) è stato eletto nel 2001, a 10 mesi dall’inizio del mercato ribassista “dot-com”, partito durante l’ultimo anno di mandato di Bill Clinton. Anche se siamo convinti che la risposta sconclusionata dell’amministrazione Bush 43 alla crisi finanziaria globale abbia contribuito a peggiorare il calo nel 2008, FAS 157 (la regola contabile ai prezzi di mercato adottata nel 2007 che costringeva le banche a subire importanti perdite a causa dell’allineamento degli attivi illiquidi ai prezzi di mercato, a prescindere dalla loro solvibilità) non è stata una politica promossa dall’amministrazione Bush 43, ma una regola approvata dal Financial Accounting Standards Board, un organismo con l’obiettivo di agire indipendentemente dalle direttive governative.

Periodi di presidenza Democratica

Con Clinton i mercati hanno preso a volare, ma in larga parte ciò era dovuto ad un boom tecnologico che aveva ben poco a che fare con il presidente.

L’inizio della commercializzazione di Internet aveva generato un’esplosione nelle vendite di personal computer, nell’e-commerce e nell’infrastruttura di Internet. Clinton inoltre ha dovuto vedersela con uno stallo provocato dalla “Rivoluzione Repubblicana” del 1994 fino alla conclusione del suo mandato.
Allo stesso modo, i mercati si sono comportati bene sotto Obama (rendimento annuo del 14,0%), ma riflettiamo un momento: egli ha dovuto affrontere uno stallo iniziato a gennaio 2011 ed ha preso possesso della Casa Bianca verso la fine di uno dei peggiori periodi ribassisti della storia. Non è possibile sapere davvero che cosa sarebbe successo se avesse vinto John McCain.

Forse il rimbalzo sarebbe stato più deciso o forse meno incisivo. Oppure sarebbe stato lo stesso. Dopo tutto, quando si chiude un periodo ribassista, il rimbalzo tipico delle azioni tende ad essere importante.

Il settore privato, il sentiment degli investitori ed altre influenze di mercato

Quest’ultimo punto probabilmente vi sembrerà bizzarro, ma pensateci: il motivo principale per cui &egrav Autore: Fisher Investments Fonte: News Trend Online

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