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lunedì 19 settembre 2016

Italia: ripresa nel 2028. Forse

L'Italia rimane al palo. Non da adesso. E i numeri, a quanto pare, sembrano dare ragione ai pessimisti.

Le cifre della disfatta

Nell'arco di tempo tra il 2000 e il 2015 l'Italia non è andato oltre lo 0,5% di crescita del Pil, una lotta a dir poco impari visto che i suoi concorrenti più diretti come Spagna e Francia hanno totalizzato rispettivamente il 23,5 e il 18,5% in più di ricchezza creata.
E i prossimi anni non andranno meglio: le stime di crescita per la nazione, secondo Confindustria vedranno uno 0,7% nel 2016 sul fronte del Prodotto interno lordo contro un precedente dello 0,8% mentre si andrà peggio nel 2017 con uno 0,5% dal precedente 0,6%. Una visione che definire pessimista è poco visto il paragone con le proiezioni del governo che vedevano un bienno 2016-2017 al 2,4% di Pil mentre le cifre di Confindustria condannano la nazione a uno stentato1,2%. Che le cifre del governo di Matteo Renzi fossero per ovvi motivi, troppo ottimistiche, lo si intuiva facilmente, quello che invece fa riflettere è la realtà snocciolata dal report di Confindustria che vede l'Italia ferma per altri 12 anni, dopo una stasi che è iniziata 15 anni fa.

E anche il lavoro non va meglio

Come se ciò non bastasse l'Ufficio Studi di Confindustria ha avvertito che i risultati futuri sono tutt'altro che certi e che la nazione troverà non pochi ostacoli da sormontare.

Critiche arrivano sul fronte del lavoro. Ebbene per l'Italia la disoccupazione resta ancora inaccettabilmente alta non solo nella quantità, ma anche nella qualità. Nel primo caso, infatti, le stime ufficiali parlano di 3 milioni di disoccupati, sfruttando così parametri restrittivi; la realtà dei fatti, invece, sarebbe diversa e cioè quella di quasi 8 milioni di disoccupati, conteggiati includendo invece anche gli inattivi (coloro che non cercano lavoro sistematicamente ma nel caso lo trovassero lo accetterebbero).

Nel secondo caso, invece, quello della qualità, l'analisi sottolinea come la maggior parte dei disoccupati sia privo di lavoro da oltre 12 mesi con tutte le conseguenze del caso, prima di tutto sul fronte dei consumi (chi non lavora non guadagna e, quindi, non spende) ma anche sulla formazione della risorsa e sulla competitività (una risorsa ferma no si aggiorna e retrocede nella professionalità diventando manovalanza generica).
E il cerchio si è chiuso.
Fonte: News Trend Online

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