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venerdì 2 settembre 2016

ISM manifatturiero US: gli effetti del rafforzamento

Appena ieri ho accennato agli effetti negativi di un significativo rafforzamento del $ sul manifatturiero US, ed ecco che questo pianta una battuta d’arresto, e senza che biglietto verde e tassi possano esserne incolpati, visto che il primo è ancora in pieno range e i secondi non si sono  praticamente mossi.
Non che si debba fare una tragedia di un singolo dato (come insegnano i payrolls di maggio scorso).
Ma la verità è che  l’ISM manifatturiero US di agosto uscito oggi (49.4 da precedente 52.6 e vs attese per 52), pur sorprendente nella sua debolezza, si colloca in un contesto di dati macro globali che avevano preso a deludere da qualche tempo, come testimonia il Citi Surprise Index aggregato dei paesi del  G10, in calo da fine luglio.
In generale, è dura  scacciare la  sensazione che il ciclo globale stia perdendo momentum nelle ultime settimane.

Non proprio il contesto adatto ad un aumento dei tassi FED, a prima vista.
La  giornata non era cominciata male, sul fronte dati macro. L’atteso PMI ufficiale cinese di agosto ha sorpreso in positivo (50.4 da prec 49.9e vs attese per 49.8). Meno positivo il dato calcolato da Markit (50 da 50.6 e vs attese per 50.1), ma i 2 indici mostrano alcune analogie, tra cui miglioramento del quadro occupazionale e l’indicazione che i prezzi alla produzione hanno smesso di scendere (addirittura a 57.2 il sottoindice imput price del PMI ufficiale).
La fine della deflazione sui prezzi alla produzione è uno sviluppo assai importante per la Cina, perchè migliora il quadro sul GDP nominale e da ossigeno ai margini aziendali.

Un ragionamento che non deve aver convinto troppo gli investitori locali, visto  che Shanghai è scesa. Ma il sentiment ereditato da Wall Street non era granchè, e ha pesato anche su altri indici dell’area.
Riguardo gli altri PMI pubblicati nell’area, buone notizie in India (52.6 da 51.8) e  Tailandia (49.8 da 49.3), mentre in Giappone il dato è stato stabile (49.5 da 49.6), in Sud Corea è sceso (48.6 da 50.1) ed è crollato in Australia (46.9 da prec 56.4) dove però è calcolato non da Markit ma dall Australian Industry Group, ed è  decisamente volatile.
La seconda lettura dei PMI europei manifatturieri di agosto ha portato modeste revisioni in aggregato (51.7 da 51.8 del dato Flash) ma alcune sorprese locali.

E’ il caso dell’Italia, che ha clamorosamente deluso (49.8 da  prec 51.2 e vs attese per un dato invariato) tornando sotto la soglia di contrazione.
Non che il mercato se ne sia dato per inteso,  intento com’è a inseguire le banche. A parte ciò, l’attenzione è attirata dai sentori di flessibilità sul fronte fiscale che emanano dai meeting di Renzi con la Merkel (all’incontro di ieri la Cancelliera ha aperto a una soluzione per finanziare la ricostruzione post terremoto.
Sempre in tema di PMI, davvero robusto e sopra attese quello UK (53.3 da precedente 48.3 e vs attese per 49).

Sembra evidente che la sterlina debole ha rapidamente impattato sul manifatturiero locale, mentre gli effetti del referendum vengono scalati su un periodo di tempo assai superiore alle stime. Il dato odierno mette almeno parzialmente in discussione l’erogazione di ulteriore easing, visto che la BOE ha previsioni assai conservative per la crescita nella parte finale del 2016, mentre il PMI segnala espansione (vedremo quello servizi lunedi).
Aggiungiamoci il più volte citato  posizionamento estremamente corto di sterlina, e gli ingredienti per un balzo della divisa inglese c’erano tutti.
Comunque, i mercati europei hanno chiuso la mattinata sui temi degli ultimi giorni, vale a dire in progresso, trainati da un settore bancario europeo inarrestabile.
Un tono conservato nel primo pomeriggio, a fronte di dati coerenti con lo status quo, vale a dire jobless claims bassi, produttività del secondo trimestre US in calo e revisione al rialzo del costo per unità di prodotto US del secondo trimestre, da 2% addirittura a 4.2%.

Tracce di inflazione?
Lo shock è arrivato col già citato ISM, che riporta l’orologio a gennaio scorso. E i dettagli non sono incoraggianti, con i New Orders in calo di quasi 8 punti a 49.1 e la production di quasi 6 a 49.6. Più modesto il calo dell’employment, che comunque partiva da un livello basso (48.3 da 49.4).
Ribadito che non bisogna sovrapesare il singolo dato, e ricordato che il manifatturiero pesa meno del 20% nell’economia US (ma pesa di più a Wall Street),  è evidente che si tratta di un segnale da non sottovalutare, perchè non è l’unico indizio di un rilassamento del ciclo globale, ed è  altrettanto chiaro che non offre alcun supporto ad un rialzo dei tassi FED, men che meno tra 20 giorni.
Peraltro, bisogna tener presente che il primo e ultimo rialzo dei Fed Funds dell’attuale ciclo, quello del 16 dicembre scorso, è avvenuto con l’ISM manufacturing a 48.4,  in calo da 5 mesi e alla seconda lettura sotto 50.
Non che la cosa gli abbia portato bene, visto lo scangeo che ne è seguito.

Ma comunque, è un fatto che al momento al FOMC danno più peso all’occupazione, come Fischer ha precisato più di una volta, che non allo stato del manifatturiero.  Per cui il dato di domani resta fondamentale, se non per una mossa al 21 settembre, per determinare le probabilità che il mercato  attribuirà nelle prossime settimane,  a un rialzo entro fine anno.
Venendo alla reazione dei mercati, l’ISM ha impattato ovviamente sui cambi, levando supporto al biglietto verde.

Il rimbalzo dell’€, insieme con il nervosismo di Wall Street e un altra giornata pessima per il  petrolio, si è portato via il rialzo delle borse europee, che hanno azzerato i guadagni ad eccezione di Madrid. Più lenta la reazione dei bonds, che ci hanno messo un po’ a recuperare le perdite accumulate nella prima parte di seduta.
A borse europee chiuse Wall Street sta contenendo  le perdite.
Vedremo dove chiuderà, ma i test al supporto in area 2170 si fanno sempre più  insistenti.
Personalmente, sono come tutti in attesa di vedere che impulso darà l’attesissimo labour market report di domani, ma in generale vedo un bilancio sfavorevole per il sentiment.

Un dato forte riattizzerà le probabilità di un rialzo, eventualmente accompagnate da sentori di “policy error” visto il tono delle ultime notizie macro. Un dato debole allontanerà i rialzi, ma potrebbe accentuare la sensazione di rilassamento del ciclo. Difficile stabilire un range all’interno del quale il dato è neutrale, visto che sopra 150.000 veniva indicato dal consenso come sufficiente a soddisfare il FOMC, mentre sotto questo livello il peggioramento rispetto ai mesi scorsi diventa apprezzabile.
Su queste basi, ritengo appropriato conservare un atteggiamento prudente.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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