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lunedì 19 settembre 2016

I mercati cominciano a sentire puzza di bruciato


La marcia di avvicinamento verso la settimana delle banche centrali, come potremmo definire quella che inizia oggi, dopo il giro di boa di metà mese, è stata sofferta e zoppicante, da parte di mercati che hanno perso lo smalto e la sicurezza sfacciatamente mostrati durante tutto il periodo estivo.
L’indice Europeo Eurostoxx50 ha dato un importante segnale di rottura del trend rialzista di breve termine.
Altrettanto ha fatto l’indice tedesco Dax e quello italiano Ftse-mib. Tutti hanno rotto le trend line rialziste che hanno accompagnato la ripresa estiva dallo spavento Brexit.
La prima parte di settembre ha annullato anche tutta la salita che l’indice USA SP500 era riuscito ad effettuare in estate, dopo aver superato i precedenti massimi storici del 2015.

Anche qui è emersa un’improvvisa incertezza sul futuro dei tassi ed ancor più sulla solidità della crescita USA, che con i dati relativi ad agosto ha riproposto tutta la debolezza del primo semestre, dopo le illusioni di luglio, che sembrarono dare ragione all’ottimismo seminato dalla Federal Reserve e dalla sua Presidente Yellen durante tutto il 2016.
Ricordo che, dopo un primo trimestre di crescita USA e mondiale a ritmi stagnanti, la FED, che ne diede la colpa alla Cina, mostrò fiducia in una pronta ripresa della crescita (ma intanto tenne fermi i tassi). La debolezza del secondo trimestre, e questa volta la colpa fu dell’incertezza sulla Brexit, avrebbe dovuto essere spazzata via da un secondo semestre di forte accelerazione, al punto da far risuonare la campanella del possibile rialzo dei tassi.
Ma ora ci ritroviamo con i dati su agosto che sembrano smentire per l’ennesima volta l’ottimismo di Yellen & c.

e convincono i mercati che mercoledì prossimo non dovrebbe esserci alcun rialzo dei tassi. Ma notano anche che all’interno delle banche centrali i consigli direttivi che debbono decidere la politica monetaria sono divisi come non mai. Sulle divisioni della BCE siamo informati da tempo, con i membri delle nazioni del nord insofferenti fin dall’inizio con la politica fortemente espansiva di Draghi.
Che anche in seno FED ci fossero falchi e colombe è altrettanto noto. Ma la novità è che gli equilibri si stanno capovolgendo. Secondo una stima di Barclays, oggi i falchi sembrano essere per la prima volta in maggioranza (9 contro 8 colombe). E qualche riflessione la desta anche quel che è trapelato nei giorni scorsi, cioè che persino in seno alla Banca del Giappone ci sono membri che cominciano a manifestare qualche dubbio sull’utilità delle politiche di QE così aggressivo.
Sui mercati comincia a crescere il numero di chi si rende conto di due evidenze.

La prima è che l’efficacia di quel che è stato fatto finora è assai inferiore agli effetti collaterali negativi che produrrebbe una continuazione per lungo tempo di queste politiche di tassi negativi ed acquisti massicci di titoli.
La seconda è che non si vedono altri conigli nel cilindro magico delle Banche Centrali in grado di continuare a sostenere le borse senza danneggiare l’economia.
Anzi, se l’economia dovesse ulteriormente indebolirsi, ed il rallentamento diventasse recessione, esse si ritroverebbero con l’arsenale sguarnito e questa volta dovrebbe toccare solo ai governi mettere in atto le contromisure con le politiche fiscali. Ma anche qui, purtroppo, oltre all’evidente difficoltà a trovare leader all’altezza (Trump? Clinton? Il trio Merkel-Renzi-Hollande? Abe?), gli spazi sui bilanci pubblici sono assai stretti, poiché per fronteggiare la crisi del 2008 i governi di tutti i principali paesi del mondo hanno già aumentato da tempo debito e deficit ben oltre i limiti che una volta venivano considerati fisiologici (il 60% del Debito/PIL ed il 3% del deficit/PIL).
Insomma, come ha sintetizzato molto bene il governatore della Royal Bank of Australia, “c’è un limite a quanto possiamo aspettarci di ottenere da istituzioni indebitate che si indebitano ancora di più”.
E’ un’affermazione ovvia quanto sorprendente, in bocca ad un banchiere centrale.

E’ la classica constatazione che “il Re è nudo” della celebre favola. I mercati hanno cercato per tanto tempo di non vedere questa ovvietà e si aspettano, anzi, pretendono, che le pompe monetarie continuino ad iniettare sempre altra liquidità.
Ma il tempo della resa dei conti, quello dell’inversione della politica monetaria da assurdamente espansiva a restrittiva, si sta avvicinando.
Non sarà ancora mercoledì prossimo che avremo il segnale di switch.

Sarei sorpreso del contrario.
Questa giornata campale, che vedrà FED e BOJ, la prima e la terza più importante banca centrale del mondo, riunire il loro comitato direttivo e comunicare le decisioni prese, dovrebbe confermare ancora una volta i tassi immutati in USA e qualche ulteriore misura espansiva (probabilmente un abbassamento ulteriore dei tassi di interesse, già negativi), in Giappone.
Ma potrebbe offrirci evidenza che ormai si sta raschiando il fondo del barile monetario e non è più molta la sabbia che deve scendere nella clessidra prima che avvenga il fatidico momento di svolta nei comportamenti delle banche centrali.
Per questo il nervosismo attanaglia i mercati.

Aumentano gli investitori che sentono puzza di bruciato, anche se il fuoco sembra ancora covare sotto la cenere.
L’inerzia rialzista che accompagna le borse più importanti da oltre 7 anni per ora neutralizza ancora il fiuto di tutti gli altri. Per cui la maggioranza continua a sperare nella perpetuazione all’infinito del miracolo monetario e confida nella benevolenza senza limiti dei banchieri centrali.
Il calabrone continua a crescere di peso, ma per ora resta in volo. Il responso di mercoledì, se non avremo sorprendenti accelerazioni da parte della FED, potrebbe persino fargli riprendere un po’ quota.
Ma la sabbia nella clessidra continuerà a scendere.
Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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