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mercoledì 21 settembre 2016

FED e BOJ al centro dell'attenzione


La vigilia della giornata delle banche centrali è stata prevedibilmente scialba.
Le performance dei principali indici asiatici risultano comprese tra il -0.37% dell’India e il +0.5% di Seul. Direzionalità assente a Tokyo, di rientro dalla festività, e sui mercati cinesi.
Ovviamente l’erraticità dell’azionario giapponese nasconde una buona dose di nervosismo per l’outcome, domattina, del meeting BOJ, dove, ad attese di un discreto incremento dell’easing si contrappone la percezione di un Committee diviso, e senza troppe frecce al suo arco.

Lo Yen che approccia il meeting poco distante dai massimi contro $ è un buon indice di questo nervosismo.
Per quanta trepidazione mostri la comunità finanziaria per quest’evento nel quale Kuroda dovrebbe rivelare i risultati dell’ “assessment” dell’efficacia della politica monetaria lanciato a luglio, non è che dai vari analisti siano stati partoriti scenari particolarmente stimolanti intellettualmente.
E’ abbastanza diffusa la convinzione che la BOJ ridurrà ulteriormente i tassi in negativo, e applicherà qualche modifica al QE, atta a levare pressione ai tassi a lunga, concentrando gli acquisti sulle parti brevi e medie. Altri sostengono che Kuroda e C. si limiteranno a confermare l’attuale stance, sottolineandone l’efficacia, e ribadendo l’intenzione di agire alla bisogna.

Personalmente, spero che i nostri eroi trovino il modo di sorprendere un consenso cosi ortodosso. Ma è vero che le opzioni sono ormai risicate.
E poi, recentemente c’è anche da fare i conti con la reazione, che potrebbe non essere quella attesa (vedi a gennaio quando ai tassi negativi BOJ il mercato reagi con un selloff di azionario e un balzo dello yen).
L’esordio della seduta europea ha avuto le polveri bagnate, oltre che dalla discesa di Wall Street ieri sera dopo la chiusura, da nuove difficoltà per il settore bancario, incentrate, guarda un po’, sugli istituti italiani.

Tra i catalyst, apparentemente, il rinvio della presentazione del piano industriale del Montepaschi, con eventuale revisione dell’importo della ricapitalizzazione a 2/3 miliardi, con il coinvolgimento (con modalità non ancora chiare, per lo meno al sottoscritto) dei subordinati bancari.
La piega presa dal piano ha indotto Bank of America ML a downgradare a underweight i subordinati del gruppo (in un report in cui ha portato a neutral anche quelli di Unicredit).
Ci si è messa anche Fitch, ieri sera, sottolineando in uno studio la lentezza dei progressi del settore sui non performing loans.
Cosi il settore bancario italiano è tornato sotto attacco, col risultato di zavorrare il listino milanese e il settore europeo, già parzialmente uscito dalla grazia degli investitori dopo le news su Deutsche Bank.
Con queste premesse, costituisce un risultsto di rilievo che l’azionario europeo, trascinato dal Dax ( a basso contenuto di banche) abbia passato il grosso della mattinata in positivo.
In recupero i bonds.

Se sui governativi core hanno impattato chiusure di posizioni corte pre FED-BOJ, i periferici sono stati trainati da un BTP in grande spolvero, non essendosi materializzata la temuta emissione sindacata di un 50 anni.
Poche news su fronte macro, con i nuovi cantieri di agosto (-5.8% da precedente +1.4% e vs attese per -1.7%) depressi dalle inondazioni in Louisiana, Texas e Oklahoma, che hanno causato un -14% nella parte sud degli USA.
Wall Street, dopo una discreta partenza, agevolata da un balzo dell’Oil ( Russia favorisce un accordo per una stabilizzazione di un anno) ha nuovamente perso momentum frustrando le ambizioni di chiusura positiva dell’Eurostoxx.
E veniamo al FOMC di domani sera.
I toni accomodanti degli ultimi interventi e l’indiscusso deterioramento dei dati macro statunitensi nell’ultimo mese e mezzo non hanno completamente strangolato le attese di un rialzo dei tassi domani sera, con 2 importanti case (BNP e Barclays) che si attendono una mossa.
Come mai?
  1. Come spiega in maniera assai esaustiva il mio amico Alessandro Tentori in questo pezzo, giudicando in base a quello che resta il mandato ufficiale della FED (occupazione e inflazione), le condizioni per alzare i tassi ci sono.

    In particolare, aggiungerei, se la politica monetaria deve anticipare gli sviluppi, e non limitarsi a reagirvi.
  2. Partita con la view di 4 rialzi nel 2016, la FED si trova, in caso di un nulla di fatto domani, a dover sperare che in Dicembre ci siano le condizioni, per non doversi presentare a mani vuote a fine anno, un evento che infliggerebbe un nuovo colpo alla sua traballante credibilità.
  3. Muovendosi domani, la Yellen potrebbe affermare l’indipendenza dell’istituto, emanciparsi dalle accuse di tirare la volata ai Democratici.

    A parte ciò, mostrerebbe un po’ di fiducia nel suo scenario macroeconomico.
  4. Infine, ridarebbe un po’ di vigore alla guidance e alla comunicazione, inducendo i mercati a dare più peso alle indicazioni fornite (recentemente vuoi per la confusionarietà del messaggio, vuoi per le impasse, il mercato si è rifiutato di prezzare una significativa probabilità di rialzo ai prossimi meeting, e sconta una normalizzazione estremamente lenta).
Ciò detto, temo che l’outcome del meeting non differirà da quelli che lo hanno preceduto.

La Yellen si asterrà dal toccare i tassi, dichiarando che se le cose procedono come da scenario del FOMC, il meeting buono per alzare sarà quello di dicembre, ma che la FED resta “data dependant”.
Questo perchè:
  1. Il quadro macro effettivamente sta dando dei segnali che dovrebbero essere monitorati un po’ prima di essere dismessi come una pausa post accelerazione estiva
  2. il mercato lo prezza troppo poco (24% di probabilità secondo il calcolo di Bloomberg)
  3. Apparentemente c’è troppo disaccordo all’interno del FOMC per trovare un consenso su un’azione cosi controversa
  4. Siamo a poco più di un mese dalle presidenziali, con una tornata particolarmente incerta, e non penso che la FED voglia correre il rischio di dare una mano a Trump, causando una fase di volatilità di cui lui possa servirsi.
Naturalmente, pur assumendo che non vi sarà rialzo, sarà rilevante il tono con il quale si esprimerà la Chairwoman, e la forza con cui vorrà segnalare l’intenzione di muoversi in dicembre.
Personalmente, entro in questo FOMC meno costruttivo che nei precedenti, non tanto per l’outcome, dal quale non mi attendo particolari sorprese, ma per il contesto in cui è inserito.

Un quadro macroeconomico interno e internazionale che presenta segnali di deterioramento, anche se non univoci (vedi la builders confidence di ieri), un quadro politico che mostra instabilità crescente in Europa, una Brexit dimenticata troppo in fretta (tranne per la sterlina), tassi di interesse globali che sembrano più forieri di ostacoli, nel breve che di aiuto.
Troppo bassi non piacciono più, ma non si sa bene che effetti potrebbe avere una loro salita.
In questo senso, guarderò con altrettanto interesse ai PMI flash di Settembre, in pubblicazione venerdi.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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