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martedì 6 settembre 2016

FED ai blocchi di partenza o ancora in panchina?


Steven Bell, Capo Economista di BMO Global Asset Management, è dell’avviso che il mercato stia sottostimando l’ampiezza della stretta monetaria probabile nei prossimi mesi. Infatti nonostante le dichiarazioni di molti membri del FOMC circa una revisione al rialzo dei tassi nel corso dell’anno, il mercato ha prezzato la possibilità di un rialzo entro dicembre solo intorno al 60%.
Ancora più importante è previsione del mercato per il 2017: entro la fine del prossimo anno, infatti, le chance di non assistere ad alcun rialzo sono al 18%. Solo al 17%, invece, le stime di un triplice rialzo (per circa 75 punti base o più).
I timori di recessione negli Stati Uniti sono aumentati all’inizio dell’anno, in virtù del peggioramento dei dati economici, ma hanno acquisito forza maggiore da una consistente caduta degli asset rischiosi - spiega Steven Bell -.

Si è temuto infatti che il risk off potesse accelerare di per sé una spinta recessiva. Di fatto, la successiva ripresa dei mercati ha rimosso un altro potenziale ostacolo alle possibilità di intervento restrittivo della Fed.
La stessa dinamica si è manifestata su altri ambiti considerati rischiosi - spiega Steven Bell -.
All’inizio dell’anno la Fed nutriva grosse preoccupazioni sul fronte geopolitico, in merito alle problematiche cinesi e, più di recente, per quanto riguarda le banche italiane e la Brexit. Tutte questioni che non sono venute meno, ma che non sono più al centro delle preoccupazioni degli investitori.
Naturalmente, l’elemento che influenza in maniera più significativa la politica della Fed è l’inflazione, o piuttosto le prospettive di inflazione - spiega Steven Bell -.

Il messaggio, in questo caso, è tutt’altro che chiaro - spiega Steven Bell -. L’inflazione core ha mostrato una tendenza al rialzo da almeno due anni e, a partire dalla fine dell’anno scorso, ha stazionato al di sopra della soglia-obiettivo della Fed del 2%. Il dato di inflazione prospettica generalmente preferito dalla FED è rimasto al contrario modesto anche se ha dato segni di ripresa verso la fine del 2015.
Il dollaro forte e la debolezza del prezzo delle materie prime hanno frenato fino a oggi l’inflazione. Ciò avviene anche adesso, nonostante il biglietto verde sia a livelli più bassi rispetto al picco registrato all’inizio dell’anno scorso (e abbia mantenuto un andamento generalmente piatto dall’inizio del 2016), mentre petrolio e altre materie prime hanno visto risalire i propri prezzi in maniera robusta rispetto ai minimi toccati a febbraio scorso.

Gli effetti di base indicano che l’inflazione primaria è destinata a salire e, dato un mercato del lavoro ristretto, l’inflazione salariale potrebbe conseguentemente accelerare. A fronte di un contesto di questo tipo, ci attendiamo che il FOMC rialzi i tassi entro fine anno, proseguendo su questa strada nel corso del 2017.
In sintesi bassa produttività, debole inflazione e tassi d’interesse estremamente bassi al di fuori degli Stati Uniti sono elementi che, tutti insieme, lasciano immaginare un restringimento da parte della Fed più contenuto rispetto al passato - spiega Steven Bell -.

Tuttavia, il mercato appare troppo compiacente. I mercati dei futures sta prezzando un rialzo dei Fed Funds di soli 36 punti base alla fine dell’anno prossimo, con un ulteriore incremento nel 2018 di solo 10 punti base. Dal nostro punto di vista, questi numeri rappresentano un ordine di grandezza troppo basso.
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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