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lunedì 12 settembre 2016

Elezioni Usa: i democratici pensano a un (eventuale) sostituto

Durante le celebrazioni per il 15esimo anniversario dell'attentato alle Torri Gemelle, la candidata Democratica Hillary Clinton nonché ex first lady, si è accasciata in preda a quello che, inizialmente era stato giudicato come un colpo di calore ma che poi si è rivelato essere una polmonite.

La Clinton ha 68 anni.
Ma Trump ne ha 70

 Da tempo le voci sulla salute della candidata alle presidenziali si rincorrono con smentite e conferme, per lo più da parte avversaria, che vedono tra le “aggravanti” anche l'età avanzata: infatti oltre alla prima donna mai eletta, sempre che riuscisse a vincere, sarebbe anche la seconda più anziana dopo Ronald Reagan.

In realtà anche il suo avversario, Donald Trump, vanta una settantina di primavere, e si scopre essere addirittura anche più vecchio (giugno 1946 Trump, ottobre 47 Clinton) ma a suo vantaggio avrebbe una discrezione maggiore sulle sue condizioni di salute, anonime o quasi, quanto la sua dichiarazione dei redditi.
In realtà l'unica dichiarazione sulla sua salute si è rivelata essere un certificato che lo stesso medico personale di Trump, ha confermato di aver scritto al volo, in pochi minuti, durante una riunione con i collaboratori repubblicano del candidato. Ecco allora che sulle elezioni più discusse e più incerte arriva anche l'ombra dello stato di salute dei due anziani (inutile negarlo) candidati.

E la conferma che, mai come adesso, più che la realtà dei fatti, conta l'apparenza.

Un sostituto. Chi? Come? Quale?

Resta il fatto che se la Clinton dovesse essere sostituita a nemmeno due mesi di tempo dalle elezioni, il partito democratico si troverebbe in una situazione difficilissima sia per mancanza di precedenti sia per mancanza di tempi tecnici per ricompattare un partito che è stato diviso come non mai durante queste elezioni.
Infatti la norma prevede più opzioni: la prima, più logica ma meno fattibile, sarebbe la riconvocazione delle Convention, quella più estrema, porterebbe al rinvio delle elezioni presidenziali (quelle per il Congresso avverrebbero regolarmente). Ci sarebbe, poi, una terza via, più complessa nella realizzazione ma, paradossalmente, quella che più facilmente potrebbe essere messa in pratica: la convocazione dei delegati dell'organo di governo del partito il quale dovrà scegliere tra chi ha ottenuto più voti durante le primarie.

Il primo nome in questo caso sarebbe Bernie Sanders il quale, proprio per evitare di dividere troppo i democratici soprattutto dopo lo scandalo delle mail di Hillary che di fatto boicottavano la sua campagna elettorale, al momento della scelta ufficiale dirottò i suoi sostenitori verso la Clinton appoggiata dai vertici.
Come interpretare a posteriori questa scelta?

Una rinuncia formale?

A questo punto l'unica soluzione sarebbe quella di tagliare la testa al toro e guardare al vicepresidente in pectore Timothy Michael Kaine, che vanterebbe una migliore dialettica nel confronto diretto con Trump, ma anche in questo caso ci sarebbe più di un contrasto.

Sanders non piace a tutti i membri del partito, Kaine non raccoglie sufficienti preferenze per riuscire ad essere promosso dalla carica di vice (che comunque resterebbe sua in caso di scelta di un altro candidato) mentre c'è chi parla di un terzo pretendente, John Kerry,attuale segretario di stato molto popolare all'estero.
Intanto, da parte repubblicana, è arrivato l'ordine allo staff di Trump di un silenzio stampa sull'accaduto 
Fonte: News Trend Online

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