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mercoledì 28 settembre 2016

Competitività: l'Italia perde la sfida nonostante le riforme


Dietro l’irraggiungibile Svizzera, che conserva per l’8vo anno consecutivo la prima posizione. Dietro gli Stati Uniti. Dietro la Germania, che si vede sfilare il quarto posto e la leadership europea dai Paesi Bassi. Dietro il Regno Unito, nonostante la Brexit. Dietro tutti i paesi dell’area scandinava: Svezia, Finlandia, Norvegia, Danimarca.
Dietro i cugini francesi (20simi) e spagnoli. Ma anche sotto Cina, India, Polonia, e Azerbaijian...
E, soprattutto, con un quadro che, a dispetto di anni di governi tecnici, larghe intese e propositi riformisti, è in peggioramento: l’Italia arretra al 44esimo posto nella annuale classifica mondiale 2016-2017 sulla competitività curata dal World Economic Forum.

Peggio di noi tra i paesi del continente fanno solo Portogallo (46esimo) e una Grecia del tutto estranea a parametri europei che finisce all’86simo posto.
Le 138 nazioni sotto osservazione sono state classificate sulla base di "12 pilastri della competitività," che includono tra gli altri l’ambiente macroeconomico, l’area infrastrutture, sanità e istruzione, e l’efficienza del mercato del lavoro.

I numeri del declino

I risultati peggiori per l’Italia arrivano dalle aree Istituzioni (3,5 in un ranking da 1 a 7), dall’efficienza del mercato del lavoro (3,6) e, soprattutto, dal settore finanziario (3,1).
Punto dolente di quest’anno è proprio il nodo banche.

Una delle sottoclassifiche peggiori per l’Italia è infatti quella che riguarda la solidità degli istituti di credito e la loro capacità di "venire incontro alle esigenze delle attività imprenditoriali": crediti in sofferenza, istituti sottocapitalizzati, ma anche l’incapacità di affrontare fino in fondo i problemi del sistema di governance (il rapporto cita il nodo fondazioni bancarie) relegano il paese al 122esimo posto.
Scarsi anche i passi avanti in aree che vedono tradizionalmente la Penisola in fondo alla classifica: efficienza della pubblica amministrazione, percezione del grado di corruzione.

E soprattutto un sistema giudiziario al limite dell’immobilità: la giustizia italiana si classifica al 136mo posto, due gradini sopra l’ultima posizione, per risoluzione di controversie.
Sul fronte del lavoro, il rapporto riconosce qualche passo avanti compiuto negli ultimi anni: 17 posizioni recuperate dal 2014.
Ma resta ancora scarsa la capacità di evitare la fuga all’estero dei talenti nostrani e pessima quella di attrarre le migliori forze lavorative verso il nostro paese (107esimo posto). E restano problematici i numeri sull’occupazione femminile nelle regioni meridionali: al sud, solo una donna su tre ha un lavoro.

Pesano anche spesa pubblica e il non risolto nodo del debito pubblico.
Quanto ai punti di forza, a frenare la discesa restano le dimensioni del mercato italiano (12esimo posto), sanita' e istruzione, e livello di infrastrutture. Un campanello d’allarme è comunque l’andamento del paese nella sfida alla transizione digitale: l'Italia scende al quarantesimo posto perdendo 3 posizioni.

Il quadro globale

Più in generale, nella presentazione del rapporto viene descritto uno scenario globale nel quale “il declino del grado di apertura economica (leggi: riemergere di politiche protezionistiche, ndr) sta danneggiando la competitività e rende più difficile spingere una crescita sostenibile e inclusiva".

Un riferimento viene anche fatto ai limiti delle politiche di sostegno alla crescita delle banche centrali: “Le misure di stimolo monetario come il Quantitative Easing”, si legge, “non sono sufficienti a sostenere la crescita e devono essere accompagnate da riforme per la competitività”.
Fonte: News Trend Online

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