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lunedì 26 settembre 2016

Cigni neri e anatre zoppe nella gabbia elettorale


Tutto pronto. Questa sera – saranno le 3 del mattino in Italia - Donald Trump e Hillary Clinton entreranno finalmente nell’arena del primo confronto televisivo che prepara la corsa finale della campagna elettorale. I numeri della vigilia sembrano da record. Secondo le stime, 100 milioni di americani assisteranno a un evento che si prepara a rivoluzionare ancora una volta - prima ancora che le cifre - le forme e i mezzi della comunicazione politica. 
Se infatti coincidenza vuole che l’appuntamento cada esattamente nel 56esimo anniversario dello storico dibattito Kennedy-Nixon del 1960, considerato lo spartiacque della storia della propaganda elettorale moderna, è un segno dei tempi che a battagliare sul terreno dell’audience ci saranno questa volta Twitter e Facebook: i due giganti dei social che trasmetteranno in streaming lo scontro a fianco delle tradizionali reti televisive.
Segno dei tempi, appunto.

E segno anche che sono ancora una volta gli americani a far emergere in anticipo le mutazioni sotterranee della tecnica politica. A segnare la strada del cambiamento nella rappresentazione dei fatti pubblici.

Una poltrona, due debolezze

Quanto ai due candidati, la stampa americana ha fornito dettagliate indicazioni su come i due protagonisti stanno arrivando all’appuntamento.
Minuziosi, maniacali i preparativi della Clinton, che i rumors danno impegnata a studiare gestualità e parole del suo avversario, e intenta a farsi impallinare da finti Trump per testare la sua capacità di resistenza agli argomenti – ma soprattutto alle provocazioni – dell’insidioso tycoon.

Più “aereo” e meno tecnico, com’è nel personaggio, il repubblicano. Che ancora una volta proverà a giocarsi le sue carte da improvvisatore da palcoscenico, con cui ha già messo al tappeto ben 16 concorrenti nella corsa delle primarie.  
Trump, lo ha ricordato ieri sul Sole 24 Ore Carlo Bastasin, è considerato quello che nel gergo economico-politico si dice un “cigno nero”.
Una specie di mostro inatteso, piombato sulla scena elettorale con credenziali a dir poco equivoche. Nessun incarico pubblico ricoperto. Zero esperienza di campagne elettorali. Tre matrimoni alle spalle, che non sono un buona viatico per un candidato conservatore. Ma con quel fattore di imprevedibilità che gli ha consentito di colmare il distacco nei sondaggi, che ora lo vedono giocarsi la competizione testa a testa con la Clinton.
La candidata dei democratici ci ha per la verità messo del suo, e arriva allo sprint finale piuttosto logorata.

Non solo per le polemiche sulla sua salute delle ultime settimane. Non le hanno giovato, nella corsa alla conquista della simpatia dell’elettorato, alcuni grossolani errori di comunicazione e un’immagine troppo legata al passato, al “sistema”.
Ciò non toglie che i due candidati condividano al momento lo stesso destino: quello di essere i candidati più impopolari della storia elettorale americana.
Il WSJ ha pubblicato nei giorni scorsi i dati sui contributi ricevuti da entrambi i concorrenti da parte degli amministratori delegati delle 100 maggiori società americane. E se (solo) in 11 hanno messo mano al portafogli per sostenere la Clinton, per Trump il risultato è impietoso: nessuno dei top manager gli ha dato un dollaro.

Nel complesso: il 90% dell’establishment economico non si fida di nessuno dei candidati e meno che mai per Trump. Non va meglio nella base elettorale, dove emerge che ad orientare il voto è più l’odio per il candidato avversario che la convinzione della bontà del proprio.

Chi è la vera anatra zoppa?

Se tutto questo è vero, e i sondaggi stanno lì a dimostrarlo, allora le elezioni presidenziali 2016 potrebbero passare alla storia, oltre che per l’odiosità dei suoi toni, anche per un altro motivo.

E’ una tradizione tutta americana quella di definire il presidente uscente un’ "anatra zoppa", una specie di vittima sacrificale che, ormai prossima all’uscita di scena, si vede snobbare dai rampanti, nuovi arrivati. Ma se si guarda alla realtà in questo momento il quadro è piuttosto diverso.
Barack Obama ha avuto in questi otto anni i suoi alti e bassi. E il presidente lascia dietro di sé un’eredità per molti aspetti problematica, soprattutto in politica estera: quella che fu – e che si fa fatica, retrospettivamente, a chiamare la “primavera araba” - è ancora sprofondata, da Tripoli a Damasco, in un inverno di sangue. 
Ma Obama non sta, mediaticamente, affatto male.

 Inaugura musei. Cementa la tradizione del fair-play tra presidenti con le scenetta delselfie tra la moglie Michelle e Bush Junior. Insomma, chi pensava alla classica immagine del presidente dimidiato ha dovuto ricredersi. Anzi, qualcuno è arrivato ad assegnare al presidente uscente una specie di “terzo mandato”: puntellare la candidatura di Hillary Clinton legando alla candidata la propria immagine.
Il che porta a un'ultima considerazione.
Il primo tema scelto dal moderatore Lester Holt per il dibattito di stasera sarà "America's direction": la richiesta ai due candidati sarà cioè di spiegare al pubblico in quale direzione pensano di dirigere il paese nei prossimi quattro anni. Ecco, diciamo questo: che il procedere un po' acciaccato di Hillary Clinton e il passo sgraziato dell'elefante Trump promettono per il momento una sola cosa: dovunque la nuova America andrà, ci andrà, a giudicare dalle premesse, zoppicando. 


Fonte: News Trend Online

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