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venerdì 23 settembre 2016

Chi ha paura della Fed?

Chi ha paura della Fed?
Non i mercati, a  quanto pare. Il giorno dopo un FOMC in cui il  Committee ha fatto del  suo meglio per indicare l’intenzione di alzare i tassi in uno dei prossimi 2 meeting, azionario e bonds salgono appaiati: gli  indici dei principali paesi  industrializzati mostrano progressi in un intorno del 2% (ad eccezione di Wall Street, che ha già  festeggiato), mentre i global bonds vedono i loro rendimenti scendere di 8/10 basis point (eccetto il  Portogallo, che cala solo di 4, e i tresuries, che il grosso lo hanno fatto ieri).
Come si  spiega questo (ricorrente) Conundrum?
A produrlo concorrono vari fattori, a mio modo di vedere:
  1. Il FOMC  ha confermato l’intenzione di muoversi nel 2016, ma ha  anche abbassato significativamente  le proprie previsioni in termini di ritmo della normalizzazione dei tassi,  abbassando di 50 bps i livelli di arrivo  per 2017, 2018 e 2019.

     Ne consegue che l’effetto cumulativo, a ben vedere, è accomodante. Il mercato comunque si aspettava che un rialzo venisse confermato nel 2016 (con una piccola possibilità che avvenisse ieri) e si ritrova con rialzi più graduali e tasso di arrivo leggermente più basso.
    Non stupisce che l’azionario se ne giovi, e i bonds fattorizzino in qualche modo le nuove projections.
  2. L’ennesimo rinvio del 2016 acuisce il  problema di credibilità  della FED. A 24 ore dal FOMC,  i vari accenni volti a segnalare l’intenzione di muoversi ai prossimi meeting (la notazione che i rischi macro sono bilanciati, quella secondo cui il rationale per un rialzo si è rafforzato e il livello record di  dissenzienti) hanno lasciato la probabilità di un rialzo a Dicembre quasi invariata (da 56%  a 57%,  secondo quanto calcolato dal  Bloomberg in base ai futures sui fed funds).

    Dopo aver visto  sfumare ben 3 rialzi dei tassi dalle previsioni Fed nel corso dei primi 9 mesi dell’anno, che fiducia può avere il mercato in quest’ultima indicazione, considerando che tra qui e dicembre ci sono le presidenziali, un evento che sfugge totalmente al controllo della FED? L’ennesimo rinvio autorizza il mercato a pensare che ai prossimi meeting verranno trovate nuove scuse per non muoversi.
    Anche perchè, avendo la Yellen dichiarato che la decisione non implica sfiducia nello scenario macro, non è ben chiaro cosa abbia fermato la mano ai nostri eroi (la Presidente ha dovuto negare più volte che la decisione avesse motivazioni politiche, i.e. supporto ai Democratici).
  3. Dopo aver lungamente speculato sull’idea  che la Bank of Japan avrebbe cercato di ottenere una curva dei tassi più ripida (seguita in questo dall’ECB), per favorire il business bancario e assicurativo, i mercati si sono svegliati con un target in termini di rendimento, e uno spread 0-10 anni di appena 10 bps.
Gli investitori ne hanno inevitabilmente dedotto che i) il travaso di volatilità dalla curva dei tassi giapponese alle altre non avverrà e ii) in generale l’appetito delle banche centrali globali per curve dei tassi più ripide è stato parecchio sopravvalutato.

Di qui la corsa ad acquistare ovunque i bonds lunghi, che ha clamorosamente accentuato il rally obbligazionario provocato dalla prudenza della FED.
E’  il caso di osservare che l’impatto del movimento globale sui bond giapponesi riporta a -4 bps il rendimento del JGB 10 anni.
Ulteriori discese porteranno, secondo la nuova disciplina BOJ, ad una riduzione degli acquisti, per  impedire l’allontanamento del rendimento  dal target. Nei fatti una sorta di tapering, con impatto sulla creazione di base monetaria, e potenzialmente sullo Yen.
Ovviamente, cosi come la fiammata di volatilità sui tassi aveva impattato su un azionario globale che fattorizzava immobilismo, il loro collasso ha accentuato il risk appetite.

Naturalmente i settori bancari sottoperformano, loro che avevano gradito il  rimbalzo dei rendimenti.
Un’altra conseguenza dell’outcome del  FOMC è l’ulteriore indebolimento del $, in particolare contro gli emergenti.
Dal punto di vista geografico, col Giappone chiuso per festività, la reazione delle borse asiatiche, pur positiva, non è stata cosi veemente, con solo l’India a superare l’1% di progresso.
 Diversa la  situazione in Europa,  dove  i listini hanno ricevuto un bel supporto anche dal crollo dei rendimenti, sui governativi core come sui periferici.  Wall Street, che aveva strappato anche ieri sera post conferenza stampa della Yellen, costruisce sui guadagni.
Sul fronte macro, buoni i dati di confidence in Francia (business, Manufacturing e Production outlook).

Meno buona l’aria in US, dove il Chicago FED National Activity Index di agosto (una media di 85 indicatori economici) è tornato sui minimi del recente range,  segnalando attività  stagnante. Si tratta di un indice assai volatile peraltro. Delusione anche dalle existing home sales, danneggiate però, come i nuovi cantieri, dalle alluvioni nel sud.
Buono per contro il Kansas Fed, ai massimi da dicembre scorso, mentre i jobless claims restano bassissimi.
Domani si cambia marcia, con i PMI flash  di settembre in Europa e US.  I primi costituiranno un importante indicazione del momentum con cui i settori manifatturiero e servizi sono entrati in autunno, dopo i dati assai scadenti (in particolare in germania) di agosto.

Meno rilevante (a causa della concorrenza degli ISM), ma sempre interessante, il PMI flash manifatturiero US in pubblicazione nel pomeriggio.
Sul fronte tecnico i rimbalzi degli ultimi 2 giorni danno una nuova sterzata al quadro, ma prima di fare valutazioni conviene aspettare di vedere come si comportano i principali indici al cospetto  delle solite resistenze (3090 area per l’Eurostoxx, pluritestata, e 2190 per l’S&P 500.
I nuovi massimi del Nasdaq sono comunque un segnale positivo.
Autore: Giuseppe Sersale Fonte: News Trend Online

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