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martedì 6 settembre 2016

Brokers ottimisti su Eni, meno sul petrolio. Rating e analisi

Quella di oggi è stata una mattinata tranquilla non solo a Piazza Affari ma un po’ in tutti i mercati europei: il vero protagonista sarà Mario Draghi giovedì pomeriggio. Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) frattempo il Ftse Mib ha aperto positivo con un vantaggio che alle 13.30 arrivava a quota 17.232 punti con un vantaggio dello 0,24%. Il resto d'Europa si manteneva sulla stessa lunghezza d'onda con il Dax a +0,27% e il Cac40 a +0,12%, unica eccezione Londra con il suo Ftse 100 a -0,22% 
Eni (Londra: 0N9S.L - notizie)
Guardando ai protagonisti di Piazza Affari, Eni (Euronext: ENI.NXnotizie) è risultato in calo del 10% dall’inizio dell’anno a causa proprio della serie di dimissioni operate per risanare i conti e affrontare la tempesta sul settore del greggio. A questo si è aggiunta un’ulteriore zavorra rappresentata dal settore bancario italiano, non particolarmente affidabile al moneto. Questa, in estrema sintesi l’opinione degli esperti di Credit Suisse (Londra:0QP5.L - notizie) che confermano però il rating outperform e il target a 16 euro, un ottimismo che deriva dalle prospettive future: in particolare da un aumento del margine di guadagno sul singolo barile che porterebbe a un +5% sulla produzione del 2017 rispetto a quella del 2016.  A favore dell’azienda anche la sua posizione di leader che le permette di operare in tranquillità, forte dei maxi-giacimenti in Mozambico e nel nord dell’Egitto ma anche della riattivazione del giacimento di Kashagan nel Mar Caspio. Tutto questo permetterà al Cane a sei zampe di portare avanti una politica di dismissioni particolarmente oculata e cauta, strategia che porterà ad un’ottimizzazione della resa. 
Il futuro del dividendo secondo Macquaire
Macquaire la scorsa settimana ha avviato la copertura del titolo con rating outperform e un target price a 16 euro: la decisione arriva dopo la constatazione di un dividendo che grazie alla prudente politica dei costi, alle dismissioni di Snam (Amsterdam: QE6.AS - notizie) e Saipem (Londra:0NWY.L - notizie) , passando per il taglio del debito, sarà sostenibile per tutto il 2017 e potrebbe addirittura aumentare nle 2018 a 0,84 euro per azione. Il merito andrebbe all'ottimizzazione di tutta la filiera partendo dall'upstream, segmento che ha permesso alla società di essere il miglior esploratore tra le big cap, ma  anche grazie alla semplificazione dell'intera struttura che permetterà una crescita annua della produzione proiettata verso il 3% tra il 2016 e il 2019.
La situazione del petrolio
L’accordo tra Russia e Arabia Saudita, da qualche parte definito forse troppo precipitosamente come “storico” ha ridato fiato e soprattutto speranze agli operatori i quali adesso hanno anche una carta in più per riuscire a guardare con un maggiore ottimismo al fronte dei 50 dollari al barile. 
Un ottimismo che, in realtà, sta dividendo la comunità dei brokers i quali da una parte interpretano l’intesa come un primo tassello che farà da leva ad accordi di più ampio respiro, dall’altra, invece altri non possono fare a meno di notare che, al di là delle parole e delle strategie di massima, non ci sia nulla di effettivamente concreto che possa influenzare i fondamentali e la produzione. proprio a causa della crisi del greggio molte società hanno dovuto operare tagli drastici non solo alla produzione ma anche e soprattutto al settore della ricerca, una scelta drastica che è stata fatta per preservare i dividendi, solitamente un fattore di grande appetibilità per gli investitori. 
La view di chi ci crede
A margine del G20 in Cina, Russia e Arabia hanno avuto il merito di intuire il fatto che più che il numero delle nazioni è necessario coinvolgere in un accordo che preservi i prezzi del greggio, coloro che ricoprono una quota maggiore nel mercato, in modo da influenzare, di conseguenza, il resto del settore. Ed è proprio questo che piace nell’Intesa tra Mosca e Ryad,  in particolare a Helima Croft, responsabile globale della strategia delle materie prime per RBC Capital Markets,secondo la quale non è il caso di condannare a priori la cooperazione energetica vista come esempio significativo  in vista della riunione dell’Opec che dovrà tenersi in Algeria a fine settembre. La paura arriva dalle numerose false partenze che hanno caratterizzato i rialzi del greggio proprio in corrispondenza delle ultime riunioni dell’Opec, anche se per il solo mese di agosto si è visto un interessante 5%. L’analisi di Croft continua verso una view più pragmatica: visto che le tensioni geopolitiche non solo stanno continuando ma minacciano di peggiorare portando con sè il pericolo delle rivolte sociali (dal Brasile al Venezuela passando per la guerra ancora in corso tra Yemen e Arabia oppure con la situazione in Siria, senza dimenticare la posizione di Iran e Iraq) i leader delle varie nazioni potrebbero capire che è arrivato il momento di agire e di dare qualche fattore di concretezza. In altre parole il rischio adesso è altissimo e in molti non hanno più niente da perdere. 
Il fronte degli scettici  
Dall’altra parte il fronte degli scettici è capitanato da Commerzbank, che per voce di Eugen Weinberg, ha sottolineato che esempi di buona volontà, speranze e rumors, il mercato ne ha avuti fin troppi, adesso c’è bisogno più che mai di fatti. E questi non sono stati trovati nelle dichiarazioni dei diretti interessati i quali, aggiunge Ole Hansen, responsabile ricerche sulle materie prime della SaxoBank, hanno parlato di monitorare i prezzi e coordinarsi nelle azioni di controllo. Nulla più.
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