-
.....................

PER MANTENERTI SEMPRE IN CONTATTO CON LATOOSCURO-TRADING.COM TWITT

giovedì 8 settembre 2016

Bond emergenti fra aumento tassi Fed e carry trade. Dove puntare


Si avverte moderato ottimismo per il futuro del debito emergente, dopo un inizio anno difficile, che in realtà ha rappresentato il culmine di una fase di debolezza avviatasi nel 2013. La correzione strutturale sembra ormai alle spalle e il fatto che la ripresa avvenga a passi lenti è un segnale di progressiva normalizzazione.
I due fattori di precedente prostrazione del mercato – crollo delle commodities e crisi cinese – sono in via di lento superamento e un fattore di impulso viene certamente dal “carry trade”, operazione in ambito valutario consistente nell’approfittare delle differenze tra tassi di interesse, prendendo a prestito capitali nei mercati dove il costo del denaro è più basso e impiegandoli laddove lo stesso risulta più elevato.

Un metodo tipico degli investitori istituzionali ma oggi possibile anche per i piccoli risparmiatori dell’area euro, dove ottenere un prestito – mettendo a garanzia il proprio piccolo o medio patrimonio – è abbastanza semplice, permettendo quindi di acquistare bond di Paesi emergenti con rendimenti cospicui.

Meglio in dollari o nelle valute locali?

La situazione abbastanza complessa e ricca di possibili evoluzioni sul fronte delle valute consiglia oggi di esporsi a metà sul debito emergente in dollari e a metà su quello nelle divise locali, sebbene i titoli presenti sulle piattaforme di casa nostra (prevalentemente Tlx) siano espressi solo nel biglietto verde.

Con la soluzione 50/50 si potrà compensare l’eventuale parallelo rafforzamento del dollaro e indebolimento di altre monete se la Fed dovesse attuare una politica dei tassi aggressiva, ipotesi oggi poco probabile ma non del tutto esclusa, incassando comunque alte cedole su entrambi i fronti. 

Sempre tanta volatilità

Una caratteristica tipica del debito emergente è di muoversi con oscillazioni rapide e non è escluso che ciò avverrà anche in futuro, sebbene i fondamentali di molti Paesi stiano migliorando, con situazioni di tutto rilievo per Paesi quali India, Argentina e Colombia.

L’altra domanda che occorre porsi sta se convenga puntare su singole emissioni o su Etf? Meglio questi ultimi, affiancando magari bond “corporate” dei Paesi emergenti, trattati sull’“Otc” e che hanno il vantaggio di tagli bassi, soprattutto nel caso di quelli in dollari. 

Non pochi ostacoli per il quotato

E’ vero che su Tlx c’è una ricca pattuglia di obbligazioni governative, ma l’analisi complessiva porta a una valutazione poco favorevole – al momento attuale – sia per i rendimenti sia per la presenza di lotti minimi quasi sempre eccessivi (100.000 o 200.000).

Fra l’altro sono soprattutto bond in dollari e pochi in euro, in quest’ultimo caso con “yield” marginali, a causa dell’effetto tassi Bce, verso i quali si sono mossi i rendimenti anche di emissioni di Paesi emergenti espresse nella nostra moneta. I bond riferiti al Messico - tutti in Usd - danno poco e hanno “spread” denaro/lettera talvolta esasperati.
Quelli della Russia – pure in Usd – offrono a scadenza dal 2,6% al 4,6% (scadenza 2043) e presentano tutti tagli elevati, salvo il 12,75% con rimborso 2028, che comunque gira sui 181 Usd. Le emissioni del Brasile – sempre in Usd – assicurano dal 2,2% al 5,6% (scadenza 2046) e hanno ripreso quota dopo il “sell-off” di inizio anno, ma anche in questo caso i tagli sono di tutto rilievo, a eccezione del 12,75% con scadenza 2020, dal lotto 1000 Usd, che quota sui 132.

Abbastanza scambiati i bond venezuelani, ma quasi solo da chi fa trading stretto, perché la situazione del Paese resta a elevato rischio. Più positivo il quadro evolutivo per l’Argentina, i cui bond “sink” - ovvero a rimborso periodico programmato con prezzo predefinito – garantiscono ora in media un 6%. 

Ben 14 Etf sul Mot

E’ inevitabile che l’alternativa degli Etf rappresenti la via di uscita consigliabile per cogliere le occasioni del mercato dei titoli di Stato emergenti.

Su Borsa Italiana ne sono quotati 14, di cui otto hanno – come valuta di benchmark – il dollaro. Due però sono hedgiati rispetto all’euro. Ulteriori cinque si riferiscono a emissioni in valute locali, con denominazione tuttavia in dollari, e uno infine ha un benchmark in euro.
In alcuni casi si tratta di Etf a capitalizzazione dei dividendi e in altri a distribuzione. La varietà dell’offerta riesce quindi a soddisfare le diverse situazioni di mercato, attenuando gli ostacoli presenti per chi voglia puntare direttamente sulle singole obbligazioni e consentendo di sfruttare allo stesso modo l’aliquota fiscale ridotta al 12,5%. 
Fonte: News Trend Online

Nessun commento:

Posta un commento